Rhamat e Ari davanti alle macerie del loro villaggio

Rhamat e Ari subito dopo il tifone

Due bambini di 10 e 6 anni, affacciati dal muro squarciato di casa, nel villaggio di Lampaya, ad Aceh Bezar, che osservano un panorama di completa devastazione. Questa la foto simbolo usata dieci anni fa da Oxfam per mostrare l’impatto dello tsunami. Un anno dopo il nostro fotografo, Jim, tornò nello stesso posto e fotografò  i bambini che osservavano un paesaggio nuovo e più verde, in una comunità che aveva cominciato a ricostruire.


Dieci anni dopo non è stato possibile ricreare lo stesso scatto nello stesso luogo e i due bambini, ormai ragazzi, sono stati fotografati sulla spiaggia di Lhoknga nella casa di Arie, donata da Oxfam, dove ora c’è un nuovo muro colorato e decorato.


Rahmat e Ari, mesi dopo

Rahmat e Ari, mesi dopo lo tsunami

Il villaggio di Lampaya è stato danneggiato dallo tsunami, anche se non completamente devastato. Qui Oxfam ha installato strutture idriche e sanitarie e ha costruito case “temporanee”, perchè negli anni gli abitanti potessero via via migliorarle e adattarle alle proprie esigenze, proprio come hanno fatto le famiglie di Arie e Rahmat.


“La notte prima dello tsunami – ci racconta Arie – mio padre era sulla spiaggia con mia nonna. Era addormentato e sua madre lo ha svegliato per dirgli che l’acqua del mare era molto calda – troppo. Era Natale e si festeggiava sulla spiaggia, musica a tutto volume, poi una quiete improvvisa. Dieci anni fa ero un bambino, e non sapevo che un terremoto potesse scatenare uno tsunami. Dopo la scossa tutto tremava, e con la mia famiglia ci siamo salvati correndo alla moschea. Molte persone correvano e gridavano, mentre l’acqua del mare si faceva sempre più vicina. Non ricordo bene. Ogni volta che c’è un terremoto sono terrorizzato, come è successo l’ultima volta, quando pensato che ci sarebbe stato un altro tsunami. Probabilmente continuerà così, ogni volta vorrò sempre correre e correre”.


Ari e Rhamat, dieci anni dopo

Ari e Rhamat, dieci anni dopo

Dopo lo tsunami Arie e la sua famiglia hanno faticato a ritrovare il padre, che quel giorno era al lavoro, anche a causa della barricata eretta dall’esercito contro l’avanzata degli indipendentisti (GAM). Si sono rifugiati tra le montagne per quattro giorni perché si diceva che l’acqua sarebbe arrivata di nuovo, e per le scosse di assestamento. Quando sono scesi hanno visto corpi ovunque, e la loro casa era sommersa dai rifiuti. Sono passati due mesi prima che ricevessero aiuto. “Mi ricordo di Jim che ci ha scattato la foto – ha raccontato Arie – Oxfam ci ha anche dato una casa, cibo e vestiti quando ne abbiamo avuto bisogno”.


“Qualche volta vedo Rahmat, visto che le nostre famiglie sono vicine, lui torna una volta a settimana dal collegio e durante le vacanze. Quando ci vediamo trascorriamo del tempo insieme, andiamo al laghetto dei pesci con i nostri amici e diamo da mangiare alle mucche. Ora stanno accadendo cose positive, Aceh sta migliorando, stiamo ricostruendo e pensiamo di poter avere una buona vita qui”.


“Avevo solo sei anni quando c’è stato lo tsunami – ha raccontato Rahmat – ero malato e stavo guardando un cartone animato alla tv, come ogni domenica, e quando sono scappato ero in mutande con in mano il telecomando. Il rumore dell’onda è stato come quello della sirena di una grossa nave. Poi abbiamo sentito un rumore fortissimo, come una bomba, che proveniva dal mare. Abbiamo visto gente che fuggiva dalla spiaggia e allora siamo saliti in macchina, pensando di andare a Banda Aceh, ma poi ci siamo rifugiati nella moschea”.


Non ricordo molto di quel periodo, visto che avevo solo sei anni. Abbiamo la fotografia di Arie e me a casa, per cui naturalmente ho memoria di quel giorno, ma non ricordo Jim o quello che ha fatto Oxfam. Ora sono in collegio, però provo gli stessi sentimenti di Arie quando c’è un terremoto, e soprattutto mi preoccupo per i miei genitori che si trovano nella stessa vecchia casa”.


“Voglio finire la scuola superiore e poi voglio fare il poliziotto, così potrò aiutare la mia gente e il mio paese. Mi piace la mia scuola perché ho imparato molto, ci fanno lavorare tanto, sto studiando inglese e arabo. Siamo concentrati sul fatto di imparare. Penso che avremo un buon futuro qui ad Aceh e che sarà un posto migliore. Tra dieci anni avrò 26 anni e probabilmente starò lavorando”.