8 Maggio 2026

Il conflitto israelo-libanese: origini, escalation e diritti violati

 

Il conflitto tra Israele e Libano non è cominciato nel 2024, né nel 2006. Ha radici che risalgono alla fondazione dello Stato di Israele nel 1948 e si è sviluppato attraverso invasioni, occupazioni, accordi disattesi e cicli di escalation che hanno colpito in modo sistematico la popolazione civile libanese. Capire questo conflitto significa capire chi sono gli attori in campo, cosa li ha prodotti e quali meccanismi giuridici vengono violati ogni volta che la guerra torna ad accelerare. Ricostruiamo la storia del conflitto israelo-libanese, il ruolo di Hezbollah nel contesto regionale e l’impatto dell’escalation in corso sulla popolazione civile, a partire dai dati raccolti da Oxfam sul campo.

Le radici storiche: dal 1948 all’invasione del 1982

Il nodo originario del conflitto israelo-libanese è strettamente legato alla questione palestinese. Con la guerra del 1948 e la nascita dello Stato di Israele, circa 750.000 palestinesi furono costretti a fuggire dalle proprie case in quello che è conosciuto come la Nakba, la “catastrofe”. Una parte significativa di questi rifugiati trovò riparo in Libano, dove nel tempo si consolidarono campi profughi permanenti che avrebbero profondamente alterato gli equilibri demografici e politici del Paese.

Nel 1968 l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, iniziò a condurre operazioni militari contro Israele dal territorio libanese. Israele rispose con raid aerei e operazioni di terra, portando a un progressivo deterioramento della sovranità statale libanese nel sud del Paese. Nel 1978 l’esercito israeliano invase il Libano meridionale con l’operazione Litani, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le basi dell’OLP. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rispose adottando la Risoluzione 425, che chiedeva il ritiro immediato delle forze israeliane e istituiva la missione UNIFIL nel sud del Libano. Israele non si ritirò completamente.

Nel giugno 1982 Israele lanciò una seconda invasione su larga scala, penetrando fino a Beirut e rimanendo nel Libano meridionale per 18 anni. Fu durante questa occupazione prolungata che emerse Hezbollah.

Credit: Jean Hatem / Oxfam
Credit: Jean Hatem / Oxfam

Hezbollah: origini, ruolo e dinamiche regionali

Hezbollah nasce nel 1982 come risposta diretta all’occupazione israeliana del Libano meridionale, con il sostegno politico, finanziario e militare dell’Iran e della Siria. Il suo nome significa “Partito di Dio” in arabo. È un’organizzazione politica, militare e sociale che nel corso dei decenni ha costruito un radicamento profondo nel sud del Libano attraverso scuole, ospedali, reti assistenziali e una struttura militare parallela allo Stato.

Comprendere Hezbollah significa non ridurlo a una sola delle sue dimensioni. È una milizia armata, ma è anche il principale partito politico della comunità sciita libanese, con rappresentanza parlamentare e ministeriale. È anche un attore con una propria base di consenso e interessi radicati nella politica libanese. Questa complessità è parte integrante del conflitto: Israele ha sempre giustificato le proprie operazioni militari in Libano come risposta al pericolo rappresentato da Hezbollah, ma le operazioni hanno colpito sistematicamente la popolazione civile, le infrastrutture e le istituzioni del Paese.

Nel maggio 2000 Israele si ritirò dal Libano meridionale, dopo 22 anni di occupazione. Hezbollah rivendicò quella ritirata come una vittoria militare propria, consolidando ulteriormente il proprio consenso nella comunità sciita.

La guerra del 2006 e il cessate il fuoco che non ha retto

Nell’estate del 2006, dopo il sequestro di due soldati israeliani da parte di Hezbollah, Israele lanciò un’offensiva militare durata 34 giorni che causò oltre 1.200 morti civili libanesi, 4.000 feriti e la distruzione di infrastrutture critiche in tutto il Paese. Hezbollah rispose con il lancio di circa 4.000 razzi nel nord di Israele.

Il conflitto si concluse con la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che chiedeva il disarmo delle milizie non statali, il ritiro israeliano, il dispiegamento dell’esercito libanese nel sud e il rafforzamento della missione UNIFIL. La risoluzione non fu mai pienamente attuata. Hezbollah non si disarmò, Israele continuò a violare regolarmente lo spazio aereo libanese e le tensioni rimasero strutturali.

Dopo il 7 ottobre 2023 e l’inizio dell’offensiva israeliana a Gaza, Hezbollah aprì un “fronte di sostegno” nel nord di Israele, intensificando i lanci di razzi in parallelo con il conflitto a Gaza. Questa dinamica è alla base dell’escalation che ha travolto il Libano meridionale tra il 2024 e il 2026.

Credit: Christian Haarb / Oxfam
Credit: Christian Haarb / Oxfam

L’escalation del 2024-2026: il modello Gaza applicato al Libano

Già nell’escalation del 2024, Israele ha danneggiato più di 45 reti idriche in Libano da cui dipendevano quasi mezzo milione di persone, aumentando il rischio di epidemie e compromettendo la capacità delle comunità locali di produrre mezzi di sussistenza.

Oxfam aveva avviato il ripristino di quegli impianti prima che l’escalation riprendesse. In alcune aree del Libano meridionale i nostri team avevano già restituito acqua a comunità rimaste senz’acqua per mesi: 8 sistemi di pompaggio, 3 reti idriche, 4 bacini idrici, 4 impianti di filtraggio in siti che includono Mansouri, Tiro, Bintjbeil, Mais Eljabal e altri. Molti di questi impianti sono stati colpiti di nuovo.

Nel marzo 2026 la situazione è precipitata ulteriormente. In soli quattro giorni le forze israeliane hanno bombardato almeno 8 infrastrutture idriche nella valle della Bekaa, da cui dipendevano direttamente oltre 7.000 persone. Gli sfollati hanno superato 1 milione di persone, pari al 19% dell’intera popolazione libanese, privati di acqua pulita e beni essenziali.

«L’intensità degli attacchi nel Libano meridionale rende sempre più difficile per i nostri team accedere in sicurezza agli impianti, per valutare se siano stati colpiti e continuino a fornire l’acqua da cui dipende la popolazione», ha dichiarato Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia. «La distruzione non riguarda solo l’acqua: vengono colpite le reti elettriche e i ponti, isolando intere città e villaggi privi di servizi essenziali.»

Il 9 aprile 2026 Oxfam ha lanciato un appello urgente al Governo Meloni perché eserciti ogni possibile pressione diplomatica per fermare le atrocità. Gli ultimi attacchi israeliani avevano già causato quasi 300 vittime e 1.165 feriti. In un singolo attacco sono stati uccisi 12 medici.

L’acqua come arma: cosa documentano i dati Oxfam

La distruzione sistematica delle infrastrutture idriche non è una conseguenza collaterale dei bombardamenti. È una strategia documentata nel report La sete come arma di guerra: la ricerca condotta tra maggio e luglio 2024 in collaborazione con il Servizio Idrico delle Municipalità Costiere della Striscia di Gaza contiene dati inequivocabili.

Dall’inizio dell’offensiva israeliana a Gaza, la disponibilità media di acqua per persona è crollata a 4,74 litri al giorno, contro il minimo internazionale di 15 litri fissato dagli standard SPHERE per le emergenze. Si tratta di una riduzione del 94% rispetto ai livelli pre-conflitto. In alcune aree di Gaza City nel 2026 la disponibilità è scesa a 2 litri a persona al giorno.

Entro giugno 2024, secondo i dati Oxfam: l’88% dei pozzi di Gaza City risultava danneggiato o distrutto; il 100% degli impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare era fuori servizio; il 70% delle pompe fognarie era stato distrutto, con il 100% degli impianti di trattamento delle acque reflue non più funzionanti entro fine giugno. I laboratori di analisi dell’acqua erano stati distrutti dall’esercito israeliano. Le forniture di emergenza di Oxfam sono state bloccate per mesi da restrizioni israeliane.

La Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta dell’ONU sul Territorio Palestinese Occupato ha documentato come le dichiarazioni di funzionari israeliani, a partire dall’annuncio di “assedio totale” del ministro della Difesa Yoav Gallant il 9 ottobre 2023, documentino l’obiettivo dichiarato di usare l’accesso all’acqua come strumento di pressione sulla popolazione civile.
Questo modello, applicato prima a Gaza, si sta replicando in Libano. Nei comunicati stampa del marzo 2026, Oxfam ha documentato una sequenza di distruzione delle infrastrutture idriche libanesi che segue la stessa logica: colpire le fonti di approvvigionamento idrico, le reti elettriche, i ponti, i sistemi di ripristino già avviati dagli operatori umanitari.

Credit: Jean Hatem / Oxfam
Credit: Jean Hatem / Oxfam

Il diritto internazionale e la responsabilità dell’impunità

Privare deliberatamente la popolazione civile dell’acqua durante un conflitto armato è vietato dal diritto internazionale umanitario. L’articolo 54 del Protocollo I aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra proibisce espressamente la distruzione di beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, incluse le risorse idriche. Attaccare infrastrutture idriche civili senza che vi sia un obiettivo militare diretto e proporzionato costituisce un crimine di guerra.

La Corte Internazionale di Giustizia, chiamata a pronunciarsi sul caso “South Africa v. Israel”, ha ritenuto plausibili le accuse di genocidio a Gaza. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a carico di alti ufficiali israeliani.

Eppure, l’impunità resta strutturale. Come ha dichiarato Pezzati nel comunicato del marzo 2026: «L’impunità di cui Israele ha goduto dal 2023 è di nuovo sotto gli occhi di tutti. La comunità internazionale ancora una volta è inerte e si sta rendendo complice, consentendo a Israele di fare ciò che vuole, quando vuole, senza conseguenze.»

Questa impunità è un fallimento morale, ma anche un precedente che abilita nuove violazioni. Il Libano ne è la dimostrazione concreta: le violazioni documentate a Gaza hanno preceduto e in parte abilitato la replica dello stesso schema in territorio libanese.

Oxfam chiede alla comunità internazionale:

  • un cessate il fuoco immediato e incondizionato
  • l’embargo sulla fornitura di armi utilizzabili per distruggere infrastrutture civili
  • e l’apertura di un’indagine indipendente sulle violazioni del diritto internazionale commesse sia a Gaza che in Libano.

All’Italia, in particolare, chiediamo di non essere complice di queste atrocità per omissione diplomatica e di non tradire i propri obblighi internazionali.

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