8 Luglio 2026

Cosa sta succedendo a Gaza: la situazione umanitaria oggi

 

Il 10 ottobre 2025 è entrato in vigore un cessate il fuoco a Gaza. A giugno 2026, i bombardamenti israeliani sulla Striscia non si sono fermati. Il 90% della popolazione è ancora sfollata, ancora in tende o rifugi di fortuna, ancora senza accesso regolare ad acqua e cibo. Capiamo quindi cosa sta succedendo realmente a Gaza, con dati aggiornati e la presenza diretta di Oxfam sul campo.

Dal 7 ottobre 2023 a oggi: una cronologia essenziale

Il 7 ottobre 2023, il Movimento di Resistenza Islamica Hamas e altri gruppi armati palestinesi attaccano il territorio israeliano: oltre 1.100 civili israeliani vengono uccisi e circa 250 presi in ostaggio. Israele risponde con un’operazione militare massiccia sulla Striscia di Gaza, che continua per oltre due anni con un’intensità e una durata senza precedenti nella storia del conflitto.

Nel gennaio 2025 entra in vigore un primo cessate il fuoco temporaneo. A ottobre 2025, l’amministrazione Trump annuncia un nuovo accordo di tregua, che entra formalmente in vigore il 10 ottobre 2025. Nei mesi successivi, gli attacchi israeliani sulla Striscia continuano, concentrati in particolare lungo la cosiddetta “linea gialla”, la fascia che delimita circa il 53% del territorio di Gaza interdetto ai civili dall’esercito israeliano. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), dall’entrata in vigore del cessate il fuoco al giugno 2026 sono stati uccisi almeno 986 palestinesi.

Credit: Mosab Al-Borno/ Alef Multimedia/ Oxfam
Credit: Mosab Al-Borno/ Alef Multimedia/ Oxfam

I numeri della crisi umanitaria

Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, riportati dall’Agenzia di stampa palestinese WAFA il 14 giugno 2026, dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 72.996 palestinesi e più di 172.000 sono rimasti feriti. Le cifre includono solo i morti registrati dagli ospedali ancora operativi. Migliaia di persone rimangono disperse sotto le macerie in aree inaccessibili ai soccorsi.

Uno studio indipendente, il Gaza Mortality Survey, pubblicato su The Lancet Global Health nel febbraio 2026 e condotto da un team internazionale coordinato dal professor Michael Spagat della Royal Holloway University of London, stima 75.200 morti violente solo nel periodo compreso tra il 7 ottobre 2023 e il 5 gennaio 2025: il 34,7% in più rispetto ai dati ufficiali per lo stesso periodo. Secondo gli autori, i dati del Ministero della Salute di Gaza sono affidabili ma strutturalmente conservativi, perché dipendono da un sistema ospedaliero in gran parte distrutto.

Sul piano delle infrastrutture, il 92% delle abitazioni e delle strutture essenziali risulta distrutto o gravemente danneggiato. Stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’81% delle strutture sanitarie non è operativo o funziona solo parzialmente. Secondo quanto documentato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), al 29 aprile 2026 erano stati uccisi 593 operatori umanitari dall’inizio del conflitto.

La carestia: quando il cibo diventa un’arma

Nell’agosto 2025, la carestia è stata dichiarata ufficialmente nel governatorato di Gaza secondo la Classificazione Integrata delle Fasi di Sicurezza Alimentare (IPC). Secondo le proiezioni del Programma Alimentare Mondiale (PAM), la carestia si estenderà ai governatorati di Deir al-Balah e Khan Younis. Oltre 500.000 persone si trovano in Fase 5 IPC, la fase più grave della scala, che corrisponde a condizioni catastrofiche con fame estrema e rischio di morte. Altre un milione di persone versano in una situazione di insicurezza alimentare di emergenza (Fase 4 IPC).

Almeno 132.000 bambini sotto i cinque anni sono a rischio di morte per malnutrizione acuta fino a giugno 2026, un numero raddoppiato rispetto alle stime IPC di maggio 2025, secondo quanto riportato dal Programma Alimentare Mondiale. Verdure fresche, frutta e fonti proteiche come carne e pollame sono quasi del tutto assenti dalla Striscia. I pochi alimenti disponibili, come i cibi in scatola, hanno prezzi proibitivi per la maggior parte della popolazione (fonte: Oxfam, Bilancio Sociale 2024-2025).

Il blocco degli aiuti alimentari non è una conseguenza accessoria del conflitto. Il Programma Alimentare Mondiale ha documentato che 170.000 tonnellate metriche di cibo, quantità sufficiente a nutrire l’intera popolazione di Gaza per tre mesi, erano già pronte per la spedizione o in transito, ma bloccate ai valichi. Per un approfondimento sull’uso dell’acqua e del cibo come strumenti di guerra, leggi il nostro articolo Acqua nei conflitti: Gaza, Sudan e il diritto internazionale violato.

Il cessate il fuoco che non ha fermato le uccisioni

A sei mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, le condizioni di vita a Gaza restano catastrofiche. I bombardamenti continuano lungo la linea gialla, che esclude i civili da oltre la metà del territorio della Striscia. Dal cessate il fuoco al giugno 2026, sono stati uccisi almeno 986 palestinesi, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza riportati da UNRWA.

Il 90% della popolazione è ancora sfollata e vive in tende o rifugi di fortuna. Molte famiglie non possono permettersi di acquistare neanche i beni essenziali. Ad aprile 2026, a sei mesi dalla tregua, la realtà quotidiana a Gaza è ancora fatta di fame, malattie, tende allagate, lunghe file per procurarsi l’acqua potabile. “A Gaza”, racconta Niveen, partecipante al programma WASH di Oxfam, “la maggior parte delle famiglie è ancora sfollata e dipendente dagli aiuti umanitari. Nonostante tutte le promesse della comunità internazionale, nulla è cambiato nella vita di ogni giorno.”

Gli ostacoli agli aiuti umanitari

Il blocco degli aiuti umanitari a Gaza non è una conseguenza logistica del conflitto. È una politica deliberata, documentata e denunciata da decine di organizzazioni internazionali.

I farmaci vengono classificati come “dual-use”, cioè beni con possibili applicazioni militari, e bloccati ai valichi. Analgesici di base come paracetamolo e ibuprofene, insulina per diabetici, farmaci per ipertensione: tutto ciò che entra a Gaza passa attraverso il filtro discrezionale delle autorità israeliane, come documentato dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) nella sua ordinanza del gennaio 2024.

Sul fronte idrico, stando ai dati dell’OCHA del WASH Cluster del giugno 2026, il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie è distrutto o gravemente danneggiato. L’80% della popolazione dipende dai camion cisterna per l’acqua potabile. La mancanza di acqua pulita, combinata con il sovraffollamento degli accampamenti e l’accumulo di acque reflue, ha favorito la diffusione di malattie come l’epatite e la poliomielite, secondo quanto documentato da Oxfam nel Bilancio Sociale 2024-2025.

A febbraio 2026, le autorità israeliane hanno ordinato a Oxfam e ad altre 36 organizzazioni umanitarie internazionali di cessare le operazioni nei Territori Palestinesi Occupati entro fine mese, in base a nuove norme israeliane sulla registrazione delle organizzazioni non governative. Oxfam ha presentato ricorso all’Alta Corte israeliana, perché milioni di civili dipendono da quegli aiuti per sopravvivere.

Credit: Mosab Al-Borno/ Alef Multimedia/ Oxfam
Credit: Mosab Al-Borno/ Alef Multimedia/ Oxfam

Cosa fa Oxfam a Gaza

Oxfam è presente nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto, lavorando attraverso partner locali per raggiungere la popolazione civile anche nelle condizioni più difficili. Dal ottobre 2023 all’aprile 2025, Oxfam ha raggiunto oltre 1.300.000 persone nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania (fonte: Oxfam, Bilancio Sociale 2024-2025).

Gli interventi coprono quattro aree principali

Sul fronte dell’acqua e dell’igiene (programma WASH, acronimo dall’inglese Water, Sanitation and Hygiene), Oxfam ha distribuito acqua con autobotti, installato cisterne mobili, impianti di desalinizzazione, docce e latrine nei campi per sfollati, lavorato al ripristino delle reti idriche e fognarie. “Andavo a prendere l’acqua salata per lavare i piatti e fare il bucato. L’acqua non era mai abbastanza. Le malattie della pelle si diffondevano. Quando Oxfam ci ha dato l’acqua, abbiamo iniziato a lavare i nostri figli. La cisterna ci ha risparmiato molti sforzi e le lunghe distanze per andare a prendere l’acqua“, racconta Sabreen, madre di sette figli, sfollata a Deir Al Balah.

Sul fronte alimentare, Oxfam ha distribuito pacchi alimentari con beni non deperibili e pronti al consumo, cesti di ortaggi freschi, e ha sostenuto centinaia di agricoltori con attrezzature e fertilizzanti per favorire la produzione locale.

Sul fronte della protezione, Oxfam ha garantito assistenza alle persone più vulnerabili: donne, madri, ragazze, persone con disabilità, fornendo presidi medici specifici, dispositivi di assistenza e supporto psicologico e sociale.
Sul fronte dell’advocacy, Oxfam Italia ha condotto azioni di pressione politica sul Governo italiano e nel quadro europeo, chiedendo il cessate il fuoco permanente, la garanzia dell’accesso umanitario, il rispetto del diritto internazionale umanitario e il finanziamento degli aiuti necessari. Paolo Pezzati, Policy Advisor per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, ha consegnato alla Farnesina le firme raccolte per il cessate il fuoco, nell’ambito di un’azione coordinata con tutte le affiliate Oxfam sui rispettivi governi.

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Credit: Hassona Aljerjawie/ Alef Multimedia/ Oxfam
Credit: Hassona Aljerjawie/ Alef Multimedia/ Oxfam

FAQ sulla situazione a Gaza

Cosa sta succedendo a Gaza in questo momento?

Gaza si trova in una condizione di catastrofe umanitaria prolungata. A giugno 2026, nonostante un cessate il fuoco formalmente in vigore dal 10 ottobre 2025, i bombardamenti israeliani continuano, il 90% della popolazione è ancora sfollata, la carestia è stata dichiarata ufficialmente e gli aiuti umanitari vengono sistematicamente bloccati ai valichi.

Il cessate il fuoco a Gaza è ancora in vigore?

Il cessate il fuoco annunciato il 10 ottobre 2025 è formalmente attivo, ma è sistematicamente violato. Dal giorno dell’annuncio al giugno 2026, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza riportati da UNRWA, sono stati uccisi almeno 986 palestinesi. Numerose organizzazioni umanitarie, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam, hanno documentato la persistenza dei bombardamenti e il mancato miglioramento delle condizioni di vita.

Quante persone sono morte a Gaza dall’ottobre 2023?

Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza riportati dall’Agenzia di stampa palestinese WAFA il 14 giugno 2026, i morti dall’ottobre 2023 sono oltre 72.996. Il Gaza Mortality Survey, pubblicato su The Lancet Global Health nel febbraio 2026, stima che i morti violenti solo nel periodo ottobre 2023-gennaio 2025 siano stati 75.200, il 34,7% in più rispetto ai dati ufficiali per lo stesso periodo. Le cifre ufficiali sono per definizione conservative, perché dipendono da ospedali in gran parte distrutti.

Perché gli aiuti umanitari non arrivano a Gaza?

Gli aiuti vengono bloccati sistematicamente alle frontiere da parte delle autorità israeliane. Farmaci, cibo e materiali di soccorso vengono classificati come “dual-use” e trattenuti ai valichi. A febbraio 2026, Israele ha ordinato a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Oxfam, di cessare le operazioni nei Territori Palestinesi Occupati. La Corte Internazionale di Giustizia aveva già ordinato a Israele nel gennaio 2024 di garantire l’accesso degli aiuti umanitari a Gaza.

Cos’è la Fase 5 IPC e perché riguarda Gaza?

La Classificazione Integrata delle Fasi di Sicurezza Alimentare (IPC) misura il grado di insicurezza alimentare su una scala da 1 a 5. La Fase 5, quella più grave, corrisponde a condizioni catastrofiche con fame estrema, miseria e rischio di morte. Dall’agosto 2025, parti di Gaza si trovano ufficialmente in Fase 5. Oltre 500.000 persone sono in questa condizione, secondo i dati del Programma Alimentare Mondiale.

Come si può aiutare la popolazione di Gaza?

Sostenendo il lavoro di Oxfam sul campo: acqua, cibo, protezione dei civili e pressione politica per il cessate il fuoco permanente e l’accesso umanitario senza restrizioni.

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