Parlare di crisi umanitarie significa parlare di persone a cui manca l’essenziale: acqua pulita, cure, cibo, un riparo sicuro, protezione dalla violenza. Non è un problema “lontano” né raro. Secondo il Global Humanitarian Overview delle Nazioni Unite, nel 2025 circa 300 milioni di persone hanno avuto bisogno di assistenza e protezione, mentre la risposta umanitaria può raggiungerne circa 181 milioni, con un fabbisogno complessivo stimato intorno ai 45 miliardi di dollari.
Il punto non è solo che le crisi sono tante. È che molte crisi diventano croniche: si trascinano per anni perché la violenza continua, i servizi crollano, l’accesso agli aiuti viene ostacolato e i fondi non bastano. In questo scenario, capire cosa rende “umanitaria” una crisi e perché alcune emergenze scompaiono dai radar è un primo passo per non accettare l’ingiustizia come normalità.

Che cos’è una crisi umanitaria
Una crisi è “umanitaria” quando una parte consistente della popolazione non riesce più a soddisfare bisogni vitali e ha bisogno di un sostegno esterno coordinato per sopravvivere e mantenere dignità e diritti. In genere lo riconosci da segnali ricorrenti: sfollamenti, collasso di sanità e servizi essenziali, fame e malnutrizione, epidemie, violenza contro i civili, infrastrutture distrutte. Non basta che “vada male”. Il salto avviene quando il sistema locale non regge più, e l’aiuto diventa questione di vita o di morte.
In che cosa consiste l’azione umanitaria
L’azione umanitaria è l’insieme di interventi per salvare vite e proteggere le persone durante una crisi: acqua e servizi igienici, cure, cibo, assistenza economica, protezione, supporto a chi è più esposto (donne, bambini, anziani, persone con disabilità). Per essere credibile, l’azione umanitaria si basa su principi condivisi a livello internazionale, tra cui:
- Umanità e imparzialità (aiutare in base ai bisogni, senza discriminazioni)
- Neutralità e indipendenza (non schierarsi nel conflitto e non farsi usare come strumento politico)
Questi principi sembrano teorici ma dimostrano di essere concreti proprio quando vengono violati o svuotati e l’accesso agli aiuti diventa più difficile e le persone pagano il prezzo.

Le principali crisi attive
Sud Sudan: una crisi enorme, con fondi ai minimi
Il Sud Sudan vive una delle crisi più gravi dalla sua nascita. Oxfam Italia segnala che quasi 6 milioni di persone affrontano livelli di malnutrizione acuta e che i tagli ai finanziamenti umanitari stanno riducendo l’assistenza nel momento di massima necessità. Qui la crisi è anche mancanza di acqua sicura e servizi igienici, aumento delle malattie e pressione crescente legata a nuovi sfollamenti e arrivi di persone in fuga da conflitti vicini.
Gaza: bisogni enormi, accesso umanitario ostacolato
A Gaza, la dimensione della crisi umanitaria è legata non solo alla distruzione e allo sfollamento, ma anche all’impossibilità di far entrare aiuti. L’accesso è ostacolato da procedure e restrizioni che limitano l’operatività delle organizzazioni umanitarie, mentre le famiglie vivono in condizioni precarie e con servizi essenziali insufficienti. Oxfam e i partner locali continuano a lavorare: per esempio, viene riportata la distribuzione di buoni alimentari a oltre 2.000 famiglie in un mese e interventi per acqua potabile e funzionamento di pozzi e servizi igienici. Dall’inizio dell’offensiva, oltre 800.000 persone hanno ricevuto sostegno attraverso programmi WASH, oltre ad assistenza in denaro e protezione, soprattutto per donne e bambini.
Repubblica Democratica del Congo (Est): violenza, sfollamenti, epidemie
Nell’est della RDC, la violenza armata continua ad alimentare sfollamenti di massa e bisogni sanitari urgenti. Oxfam Italia parla di una crisi in cui oltre 21 milioni di persone hanno bisogno di assistenza e oltre 7 milioni sono sfollati, con un impatto pesante nel Nord e Sud Kivu. In contesti di insediamenti sovraffollati, mancanza di acqua e servizi igienici e sistema sanitario in difficoltà, le epidemie si diffondono più facilmente: Oxfam Italia richiama anche l’allerta colera in diverse province.

Perché le crisi umanitarie aumentano e si normalizzano?
La storia, purtroppo, insegna che le crisi umanitarie aumentano quando più fattori si sommano e si rafforzano a vicenda. Gli elementi principali sono:
- Guerra e violenza distruggono infrastrutture, mercati e servizi, producono sfollamento e aumentano la vulnerabilità a fame e malattie.
- Crisi climatica agisce da moltiplicatore: siccità, alluvioni e eventi estremi rendono più fragile chi è già povero e riducono la capacità di ripresa.
- Ingiustizia e disuguaglianze decidono chi paga il prezzo: chi ha meno risorse, meno diritti, meno protezione.
Nel 2025, inoltre, pesa un nodo politico-economico: la risposta umanitaria globale è costretta a fare i conti con risorse insufficienti. Gli aggiornamenti del GHO mostrano un fabbisogno intorno ai 45 miliardi di dollari per assistere circa 181 milioni di persone, a fronte di finanziamenti che restano lontani da quanto necessario.
Come smettere di ignorare le crisi umanitarie del nostro tempo
Una crisi umanitaria diventa quasi sempre “dimenticata”: smette di fare notizia, ma non di uccidere. Le priorità geopolitiche e i cicli mediatici spostano l’attenzione altrove, mentre i fondi calano: secondo l’aggiornamento di fine settembre del Global Humanitarian Overview 2025, i finanziamenti registrati coprivano solo il 21% del fabbisogno stimato intorno ai 9,57 miliardi di dollari. Il risultato è brutale: meno accesso, meno servizi essenziali, più crisi “cronicizzate” che diventano normalità.
Nei contesti di crisi, il lavoro di Oxfam si concentra su ciò che permette alle persone di resistere e ripartire: acqua e igiene (WASH), assistenza economica, protezione, supporto a servizi essenziali e collaborazione con partner locali che conoscono il territorio. Il punto non è solo “portare aiuti” ma renderli accessibili, sicuri e utili, anche quando l’ambiente operativo è difficile o ostacolato.
Per non trasformare l’indifferenza in abitudine, servono scelte semplici e concrete: fai un ripasso delle emergenze dimenticate, sostieni chi lavora anche per chiedere a governi e istituzioni di proteggere l’accesso umanitario e finanziare risposte basate sui bisogni delle popolazioni colpite.







