29 Giugno 2021

CON IL COVID 100 MILIONI DI PERSONE IN PIÙ SOFFRONO LA FAME, MA DAL G20 ANCORA NESSUNA AZIONE CONCRETA

 

In Etiopia la siccità causa povertà e fameCosì l’obiettivo FAME ZERO entro il 2030 diventa un miraggio. Nella Dichiarazione di Matera solo impegni ma nessuna azione concreta per compensare l’impatto della pandemia sull’aumento dell’insicurezza alimentare e della povertà globale.

Come la stessa Dichiarazione adottata oggi a Matera dai ministri degli Esteri e Sviluppo ricorda, il numero delle persone denutrite o in condizioni di fame acuta è cresciuta da 624 a 688 milioni dal 2014 al 2019. La pandemia ha ulteriormente aggravato la situazione: oltre 100 milioni di persone si aggiungono a quante già soffrono la fame (1). In questo quadro, l’obbiettivo “Fame Zero” stabilito per il 2030 dall’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile, diventa un miraggio irraggiungibile, e in assenza di azioni di contrasto le proiezioni FAO stimano in 840 milioni le persone che nel 2030 ancora verseranno in condizioni di insicurezza alimentare.

Nessuna indicazione su fonti di finanziamento per contrastare la fame

La Dichiarazione adottata oggi a Matera dai ministri degli Esteri e dello Sviluppo del G20 manca di una strategia che metta in campo azioni rapide ed efficaci volte a contrastare l’aggravamento di una situazione che già prima della pandemia aveva evidenziato una crescita nel numero di persone che soffrono la fame. – ha detto Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia – Certamente il documento ha il merito di aver formalizzato alcuni impegni rilevanti sul tema della sicurezza alimentare alla luce degli impatti provocati dalla pandemia, ma nessuna decisione che ne concretizzi l’azione (ancora tutta da costruire!) è stata presa, nè sono state date indicazioni su possibili fonti di finanziamento”.

È apprezzabile lo sforzo della Presidenza italiana che ha fortemente voluto che dall’incontro dei ministri degli Esteri e dello Sviluppo scaturisse un nuovo impulso politico per sconfiggere la fame entro il 2030. – aggiunge Petrelli – È però altrettanto importante che la leadership assunta dai ministri nella riunione odierna sia ricondotta nel quadro dei processi decisionali propri del Comitato sulla sicurezza alimentare mondiale della FAO e all’interno del sistema delle Nazioni Unite, che è la piattaforma più inclusiva di discussione a livello globale sui temi della sicurezza alimentare e della nutrizione”.

Nessun impegno nello spezzare il nesso tra fame e guerra

Nella Dichiarazione si ritrovano temi cruciali per la messa a punto dei piani di ripresa post-pandemica. In particolare: l’empowerment di donne e giovani in ambito rurale visto non solo come tutela di gruppi particolarmente vulnerabili, ma come leva attraverso cui promuovere sistemi alimentari sostenibili  di cui loro siano attori protagonisti; la necessità di rafforzare i sistemi di protezione sociale, alla base di un efficace lavoro di contrasto alla povertà, ma su cui chiediamo che si ponga maggiore attenzione a che siano “gender trasformative” ovvero siano pensati e adeguati sui bisogni delle donne; la centralità della finanza climatica per sostenere investimenti che rafforzino le capacità di adattamento del settore agricolo ai cambiamenti climatici.

A livello tematico rimane l’assenza di un’azione coordinata per impedire una nuova ondata di quei fenomeni speculativi sui prezzi dei generi alimentari, denunciati dalla stessa FAO. – continua Petrelli –  L’appello a tenere i mercati aperti è importante, ma insufficiente in assenza di una decisa azione anti-speculativa, che le 20 maggiori economie del mondo potrebbero effettivamente realizzare.  Manca inoltre un impegno sulla necessità di spezzare il nesso fra fame e guerra, uno dei fattori che provoca l’insicurezza alimentare in molti paesi”.

L’appello per la cancellazione del debito dei paesi poveri

A fronte degli impegni politici assunti stride la mancanza di indicazioni concrete rispetto alla mobilitazione di risorse necessarie. Sul rafforzamento dei sistemi di protezione sociale non si fa alcun riferimento a come supportare tecnicamente e finanziariamente i paesi in via di sviluppo, che potrebbero non avere a disposizione sufficienti capacità e risorse a livello nazionale per perseguire quell’obiettivo. L’idea di un Fondo Globale per la protezione sociale andrebbe in questa direzione ma nella Dichiarazione non se ne fa menzione. Eppure nel corso della ministeriale di oggi si è parlato anche di finanziamenti innovativi per lo sviluppo sostenibile. Se ci fosse volontà politica, i paesi del G20 potrebbero ancora compiere un’azione di straordinario impatto con la cancellazione del debito (bilaterale, multilaterale e privato) dei paesi a basso e medio reddito che libererebbe 1.000 miliardi di dollari.

Oggi il 55% dei lavoratori del mondo sono privi di qualsiasi forma di protezione sociale, un gap che impatta la vita di 4 miliardi di persone nel mondo. A livello globale solo un disoccupato su cinque riceve sussidi di disoccupazione. E la copertura di misure di protezione sociale sono ancor più carenti in zone rurali rispetto alle aree urbane.

Incanalare risorse attraverso meccanismi già esistenti, come proposto nella Dichiarazione, è sicuramente una scelta efficace, soprattutto se si prediligono meccanismi, quali il GAFSP (Global Agriculture and Food Security Program), che ha già dato prova di riuscire a erogare efficientemente risorse a sostegno dei piccoli produttori agricoli. – conclude Petrelli – Bisogna però impedire che la frammentazione di risorse attraverso l’uso di vari canali di finanziamento pregiudichi una visione di insieme su come l’impegno politico assunto con questa Dichiarazione si trasformi in azione monitorabile e di cui lo stesso G20 possa dar conto. Il rischio altrimenti è che questa Dichiarazione possa passare alla storia come l’ennesimo esercizio di retorica”.

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