13 Agosto 2026

Giustizia climatica: cos’è e perché è una questione di responsabilità

 

Chi ha contribuito meno al riscaldamento globale è, quasi sempre, chi ne paga il prezzo più alto. Le comunità del Sud globale, i paesi a basso reddito, le popolazioni rurali affrontano siccità, alluvioni e perdita di raccolti pur avendo un’impronta di carbonio minima. È da questo squilibrio che nasce il concetto di giustizia climatica: non un sinonimo di ambientalismo, ma un principio che lega la crisi climatica alle disuguaglianze economiche e sociali che la aggravano.

Cos’è la giustizia climatica: origine e principio cardine

Il concetto affonda le radici nel diritto internazionale sul clima. Già nel 1992, la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ha introdotto agli articoli 3 e 4 il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità: tutti i paesi hanno il dovere di affrontare la crisi climatica, ma non nella stessa misura, perché non tutti hanno contribuito allo stesso modo a causarla e non tutti hanno le stesse risorse per farvi fronte.

L’Accordo di Parigi del 2015 ha ribadito lo stesso principio all’articolo 2, stabilendo che gli impegni sulle emissioni vanno attuati riflettendo equità e responsabilità differenziate.

La giustizia climatica applica questo principio oltre il linguaggio tecnico dei trattati: chiede che i paesi e le imprese più responsabili delle emissioni si assumano un onere maggiore, sia nel ridurle sia nel finanziare l’adattamento di chi ne subisce le conseguenze senza averle causate.

Giustizia climatica e giustizia ambientale: la differenza

I due termini vengono spesso usati come sinonimi, ma non coincidono. La giustizia ambientale è un concetto più ampio, nato dai movimenti civili statunitensi degli anni Ottanta: riguarda il diritto di ogni persona, a prescindere da reddito o provenienza, a vivere in un ambiente sano, senza subire in modo sproporzionato inquinamento, degrado del territorio o rischi industriali.

La giustizia climatica è un’applicazione più specifica di questo principio alla crisi climatica: si concentra sulla distribuzione ineguale delle responsabilità nelle emissioni e delle conseguenze della crisi climatica tra paesi, generazioni e gruppi sociali diversi.

Credit: Peter Irungu/Oxfam
Credit: Peter Irungu/Oxfam

Chi ha causato la crisi climatica e chi ne paga le conseguenze

Il divario tra responsabilità ed effetti è documentato con dati precisi. L’Africa, che produce una quota minima delle emissioni globali di gas serra, riceve solo una piccola parte dei finanziamenti climatici internazionali, pur essendo tra le regioni più colpite da siccità prolungate e crisi alimentari legate al clima.

A livello globale, l’1% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di una quota di emissioni sproporzionata rispetto al resto della popolazione, con conseguenze dirette su fame, salute e perdite economiche nei paesi a basso e medio reddito. Abbiamo analizzato in dettaglio questi dati, insieme al quadro sui progressi negoziali internazionali, in Cambiamento climatico: conseguenze, disuguaglianze e segnali di speranza.

Cosa dice l’Agenda 2030 sulla giustizia climatica

L’obiettivo 13 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite chiede di adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze. Pur non usando esplicitamente il termine giustizia climatica, l’obiettivo riconosce lo stesso principio alla base: servono capacità di adattamento e resilienza specifiche per i paesi e le comunità più vulnerabili, non un approccio uniforme che ignora chi parte da una posizione di maggiore fragilità.

Credit: Ezequiel Chauque
Credit: Ezequiel Chauque

Le voci che chiedono giustizia climatica

La richiesta di giustizia climatica non arriva solo dai governi e dai negoziati internazionali, ma sempre più spesso dalla società civile e dai movimenti giovanili, in particolare nel Sud globale.

Alla COP30 di Belém, nel novembre 2025, la mobilitazione popolare ha avuto un peso senza precedenti nelle conferenze recenti: è stata la prima COP dal 2021 in cui le proteste sono state nuovamente autorizzate all’interno degli spazi ufficiali. Il 15 novembre, la Marcia Mondiale per il Clima e il Vertice dei Popoli, evento parallelo e critico verso i negoziati ufficiali, hanno riunito oltre 100.000 persone tra popoli indigeni, comunità quilombola e rivierasche, lavoratori, sindacati, giovani e movimenti sociali, con lo slogan “La risposta siamo noi”.

Nello stesso periodo, il rapporto Oxfam Climate Plunder, pubblicato in vista della conferenza, ha denunciato come alle ultime COP i lobbisti dell’industria fossile abbiano superato numericamente i delegati dei dieci paesi più colpiti dagli impatti climatici, chiedendo di limitarne l’influenza sui processi decisionali e di tassare grandi patrimoni e profitti delle compagnie fossili per finanziare la transizione.

Anche l’attivismo giovanile ha un ruolo crescente in questo dibattito. Figure come Hilda Flavia Nakabuye, fondatrice di Fridays for Future in Uganda, portano la voce delle giovani generazioni del Sud globale nei negoziati climatici internazionali. Oxfam ha raccontato questo intreccio tra crisi climatica e disuguaglianza di genere nella campagna Giustizia climatica è giustizia di genere, lanciata in vista della COP30 di Belém.

Battaglie legali per la giustizia climatica

La giustizia climatica passa anche da strumenti legali: il contenzioso climatico, ovvero le cause intentate contro governi e imprese per inadempienze o danni legati al clima, è uno strumento sempre più utilizzato da cittadini e organizzazioni per chiedere conto delle responsabilità climatiche davanti ai tribunali.

La rete internazionale di Oxfam usa anche la via legale come strumento di giustizia climatica. Dal 2022 Oxfam International e Oxfam America sostengono la causa dei Pacific Islands Students Fighting Climate Change davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, che nel luglio 2025 ha stabilito che i governi hanno l’obbligo di eliminare gradualmente i combustibili fossili, ridurre le emissioni e fornire rimedio e finanziamenti ai paesi più colpiti dalla crisi climatica. Oxfam è intervenuta con memorie legali anche davanti al Tribunale Internazionale del Diritto del Mare e alla Corte Interamericana dei Diritti Umani, contribuendo a un filone di pronunce internazionali che riconoscono per la prima volta obblighi giuridici precisi degli Stati sul clima.

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Credit: Ahmed Hakim/Oxfam
Credit: Ahmed Hakim/Oxfam

Domande frequenti

Cos’è la giustizia climatica? È il principio secondo cui la responsabilità di affrontare la crisi climatica, sia nella riduzione delle emissioni sia nel finanziamento dell’adattamento, deve essere distribuita in modo equo tra paesi, tenendo conto di chi ha contribuito di più a causarla e di chi ha più risorse per farvi fronte.

Che differenza c’è tra giustizia climatica e giustizia ambientale? La giustizia ambientale è un concetto più ampio sul diritto di tutti a un ambiente sano. La giustizia climatica ne è un’applicazione specifica al cambiamento climatico, incentrata sulla distribuzione ineguale di responsabilità ed effetti della crisi climatica.

Cosa chiede l’Agenda 2030 sulla giustizia climatica? L’obiettivo 13 dell’Agenda 2030 chiede misure urgenti contro il cambiamento climatico, con un’attenzione specifica alla capacità di adattamento dei paesi e delle comunità più vulnerabili.

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