23 Agosto 2022

Za’atari: da dieci anni la casa di migliaia di siriani

 

 

Nesma Alnsour/Oxfam

Oltre 82 mila rifugiati siriani sono dimenticati ancora oggi in uno dei più grandi campi profughi al mondo

Il 29 luglio 2012 le prime tende nel campo profughi di Za’atari in Giordania, ospitavano per la prima volta i siriani in fuga dalla guerra. Dieci anni dopo, le roulotte hanno sostituito le tende e Za’atari è ancora la casa di 82.000 siriani, di cui più della metà bambini. Situato a 80 chilometri a nordest di Amman, il campo si trova in una località desertica, dove le condizioni atmosferiche sono estreme. Qui roulotte e container possono poco contro le frequenti tempeste di sabbia. Za’atari è diviso in 12 distretti ed è servito da 32 scuole, 8 strutture sanitarie e 58 centri comunitari. Più della metà delle famiglie ha un membro con disabilità, mentre il 42% con una malattia cronica.

Ogni rifugiato che vive nel campo riceve un voucher mensile di  32 dollari dal Programma Alimentare Mondiale, una cifra insufficiente per far fronte ai bisogni primari.

L’aumento fuori controllo dei prezzi dei beni alimentari a Za’atari

Nell’ultimo anno, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati vertiginosamente: nel 2022 il costo del cibo è aumentato del 22% nei negozi di Za’atari in soli quattro mesi. Circa un terzo della popolazione ha ridotto il numero di pasti consumati e più di due terzi hanno dovuto acquistare cibo a credito, secondo le Nazioni Unite.

Sono molteplici i fattori che hanno contribuito ad aggravare la situazione: dalle ricadute economiche del conflitto siriano in Giordania, alla pandemia di Covid-19, alla più recente crisi ucraina.

“Il 93% delle famiglie di rifugiati siriani sono indebitate”, spiega Hannah Patchett, responsabile policy per Oxfam in Giordania.

Mayada e Majd: il nostro aiuto per garantire lavoro e reddito

Mayada ha vissuto a Za’atari negli ultimi dieci anni. La sua casa, in Siria, era in mezzo a un oliveto, coltivato dallo zio. Lavorava come infermiera, prima della guerra. Ora vive in un camper con le due figlie e una nipotina che il padre ha recentemente abbandonato. Il contributo dell’UNHCR per tutta la famiglia ammonta a 162 dollari al mese, e basta appena per comprare zucchero, riso, thè e pane. Non vi rientrano altri alimenti, e nemmeno vestiti, riscaldamento o trasporti. Recentemente, Mayada ha beneficiato del programma “cash for work”, denaro in cambio di lavoro” di Oxfam.

“Ho lavorato nella squadra di community engagement, a servizio della comunità, guadagnando 338 dollari al mese, con cui ho pagato i debiti che avevo con i negozianti, e aggiustato il camper”, racconta.

Majd, una madre single di una bambina di 7 anni, ha lavorato con noi lo scorso anno, come responsabile di una squadra impiegata in uno dei centri di riciclaggio dei rifiuti del campo.

Grazie al suo lavoro adesso è in grado di provvedere ai bisogni della figlia, ma anche dei fratelli e dei genitori.

Mio fratello voleva sposarsi. Nessun altro tranne me ha potuto aiutarlo. Sono qui da dieci anni, ma ancora non so quale sarà il mio futuro”, aggiunge.

Cosa fa Oxfam per i rifugiati siriani di Za’atari?

L’UNHCR ha registrato nel 2021 un calo del 7% dell’occupazione per i rifugiati in età lavorativa a Za’atari rispetto ad aprile 2020, e un aumento dell’11,8% del numero di matrimoni precoci nei campi profughi siriani nel 2022, rispetto al 2019.

Solo il 10% dei rifugiati ha impieghi stabili e anche questi solitamente non durano a lungo. Il lavoro è l’unico modo per far fronte a pieno ai bisogni primari, e anche una fonte di orgoglio. Oxfam è responsabile di tutta la gestione dei rifiuti nel campo profughi di Za’atari, in particolare di due strutture di riciclaggio nel campo, con l’obiettivo di ridurre il carico sulle discariche giordane.

Attraverso programmi di cash-for-work ha garantito un reddito a oltre 10 mila rifugiati del campo negli ultimi due anni nella raccolta dei rifiuti, nel riciclaggio e in attività a sostegno della comunità.

Opportunità che rappresentano un’ancora di salvezza per migliaia di famiglie che stanno perdendo ogni speranza di ritorno ad una vita normale nel proprio paese. Interventi che rischiano oggi di cessare con il ridursi degli aiuti internazionali.  A luglio 2022 il piano di risposta all’emergenza dei profughi siriani in Giordania era sottofinanziato del 90%.

 “Penso tutte le notti a cosa ci porterà il futuro – conclude Mayada – e non riesco mai a darmi una risposta. Ma sono sicura di poterlo sopportare”.

Anche Abu Malek lavora nel centro di riciclaggio dei rifiuti di Za’atari. Questa è il video-racconto di una sua giornata.

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