Libano_La maggior parte dei profughi siriani ha trovato rifugio in baracche o tende _Credits: Giada Connestari

Jaleel Camp, Baalbeck. Darim Etmar con la figlia Mouna

Il Libano continua a essere meta dei profughi siriani, che in centinaia arrivano ogni giorno per sfuggire alla guerra. E la tensione tra siriani e libanesi sale, come testimoniano i racconti raccolti da Francesca Paci, di Oxfam Italia, e pubblicati su La Stampa, di cui pubblichiamo alcuni estratti.


“Gas chimici o meno, a rischiare la distruzione di massa siamo noi libanesi, tra poco qui ci saranno solo più siriani» borbotta il gioielliere Bassam Soutou nel suo negozio al centro di Zgharta, capitale dell’omonimo distretto cristiano a pochi chilometri dalla città frontaliera di Tripoli, dove gruppi sunniti locali si scontrano da giorni con gli avversari alawiti proiettando la vicina guerra civile sul Paese dei cedri. In Libano è arrivata la metà dei 2,2 milioni di profughi in fuga dal conflitto siriano (i dati ufficiali parlano di 850.000 mentre per le organizzazioni umanitarie il dato sale a  1,3milioni), uno ogni 4 dei 4,5 milioni di abitanti. E le loro condizioni di vita sono drammatiche.


Khaled el Aswad è scappato un anno fa da Hama insieme alla madre, ai sei figli e alla moglie Karima che a giugno ha partorito il piccolo Hassan. Vivono in un garage, senza finestre né riscaldamento, in uno scantinato che “ospita” in totale 18 posti auto. La famiglia paga 100 dollari al mese.


In Siria Khaled faceva l’operaio, manteneva una casa a due piani e arrotondava raccogliendo olive in Libano. Ora lavora in cantiere per 5 dollari al giorno. Karima gli versa il tè e scuote la testa velata: «Tra poco la temperatura scenderà a 2 gradi e noi abbiamo solo le coperte”.


Nel magazzino al piano terra, un camerone appena meno umido al prezzo di 250 dollari, la 21enne Mariamel Alaf può permettersi di abitare con il marito, il bimbo e nessun altro grazie ai risparmi della famiglia borghese di Homs: «Il regime era orrendo, ma ora preghiamo per Ginevra II, tutto fuorché questo inferno». La provincia di Zgharta,con i suoi 50mila abitanti incatenati alla sorte dei 15mila siriani che vivono tra loro, è il paradigma del Libano.


«I turisti non vengono più e gli affitti sono lievitati, ma sono fiducioso, è un caso diverso da quello palestinese, alla fine della guerra ci sarà il controesodo» ragiona Antoine Franghia, interfaccia della federazione delle municipalità nel partnerariato con Oxfam Italia per l’assistenza ai rifugiati. L’ambasciatore libanese in America Chedid conferma che solo nel suo Paese l’esodo è costato all’economia 7.5 miliardi di dollari.


Il prezzo umano è incalcolabile.  Il governo libanese non ha voluto costruire strutture come Zaatari, in Giordania, e si ritrova con ogni buco affittato e il 15%dei profughi che vive accampato tra la spazzatura. Nel campo profughi palestinese di Baalbek, uno dei 13 del Libano, il cielo è ancora più nero. Negli stessi 2 chilometri quadrati, dove i rifugiati del 1948 sono cresciuti fino a raggiungere quota 5mila, si sono riversati almeno altrettanti profughi siriani palestinesi (85mila in tutto il Paese) facendo esplodere  i rapporti sociali. Guarda la Galleria fotografica