Giordania, Ammar con la figlia e il figlio. Credits: Oxfam

Ammar con Islam e Saaed

A tre anni dall’inizio del conflitto siriano, per le persone come Ammar è difficile avere speranza di tornare a casa.


Ammar ha un sorriso dolce, ma un cuore pesante.

Soffre di depressione e le sue ferite psicologiche sono molto profonde. La sua salute è precipitata e negli ultimi tre mesi ha avuto attacchi di panico e attacchi cardiaci. “Nell’ultimo anno sono stato molto male. Ho avuto tre infarti dovuto al dolore e alla tristezza per quel che sta succedendo ad Aleppo. Ho sentito le notizie una sera e ho pianto tutta la notte. Il giorno dopo ho avuto un attacco di cuore. Devo prendere tre tipi di pillole che costano 70 denari giordani (circa 100 dollari) al mese”. Ammar, 37 anni, la moglie Um Saeed e i loro figli abitano in Giordania dal gennaio 2013. Questi ultimi tre mesi li hanno trascorsi in una casa di tre stanze nel campo di Baqa’a, fuori Amman.
Baqa’a un tempo era un accampamento che ospitava i rifugiati palestinesi nel 1968, ma adesso è formato da edifici in pietra malamente costruiti.


Ammar era un sarto in Siria, e ci racconta che stava bene.
Ricorda: “Ero un cittadino come tanti. Avevo una vita impegnata, con la mia famiglia vivevamo in pace e bene”.
Qui nella casa in Giordania Ammar e i suoi soffrono il freddo e l’umidità. “Non possiamo permetterci di vivere qui. Non posso permettermi l’affitto, che è di 100 dinari giordani al mese (circa 140 dollari). Non abbiamo soldi – nemmeno per mangiare.” Ammar si sente isolato nel campo, ha pochi amici e lotta per trovare il coraggio di uscire di casa.

Il bimbo più piccolo di Ammar, Sham, è nato in Giordania e adesso ha poco meno di un anno. La seconda, Islam, due anni e mezzo, è curiosa e adora disegnare. Fa domande su tutto, ma Ammar si sente colpevole che la sua famiglia sia al sicuro quando ci sono milioni di bambini ancora intrappolati dalla guerra.
Riflette sul fatto che il figlio ha perso due anni di scuola – uno in Giordania e uno mentre la famiglia era ancora in Siria. “Devo ammettere che mi sono lasciato influenzare dalle emozioni quando ho deciso di non mandarlo a scuola. I bambini di mia sorella, quelli dei miei parenti e di tutti quanti non vanno a scuola, e io volevo che Saeed non fosse diverso… ma visto che sembra che dobbiamo stare a lungo in Giordania li manderò certamente a scuola: non dobbiamo creare una generazione di ignoranti”.

Saeed, il figlio di Ammar, otto anni, è l’opposto di Islam. E’ timido e tranquillo ed è chiaro che è stato profondamente colpito da quanto ha visto e sperimentato negli ultimo tre anni.
Tre anni, e ci facciamo sempre le stesse domande e ci diamo le stesse risposte. Dobbiamo farla finita, siamo tutti esseri umani. Mi sembra che nessuno capisca quello che ci sta succedendo…tutto quello che voglio è essere capace di mangiare, bere e vivere del mio lavoro. Non voglio essere ricco, non voglio una vita lussuosa, voglio solo quel che basti per vivere.”

Ammar è preoccupatissimo sulle sorti dei membri della sua famiglia che hanno appena lasciato la Siria. La cosa peggiore è non sapere. “Quasi tutta la mia famiglia è in Siria, ma le linee telefoniche sono sempre interrotte. Grazie a Dio ieri sono riuscito a parlare con uno dei miei fratelli più grandi che mi ha detto che mia madre sta bene. Ho saputo da lui che alcune delle mie sorelle sono in Turchia. Non so se altri miei fratelli siano vivi o morti – non posso rintracciarli. Siamo separati in paesi diversi… la famiglia è come il corpo – se perdi un organo, un dito, una gamba, il dolore è insopportabile. E anche se la famiglia si riunisce la cicatrice rimarrà e il dolore ci sarà sempre”.

Il viaggio di Ammar dalla Siria fino in Giordania è stato difficile – reso più difficile dall’essere accompagnato dai bambini, cercando di sfuggire alle bombe che colpivano Aleppo. Ammar non ha speranze in una fine pacifica del conflitto.
“La comunità internazionale dovrebbe fare di più – vogliamo la libertà in modo pacifico”. Con le lacrime agli occhi Ammar ripercorre le immagini della sua vita in Siria “Mi manca il profumo del gelsomino; mi manca quando al mattino ascoltavo Fairuz (un cantante libanese); mi mancano gli amici, il tempo che passavo con loro. Mi manca la Siria, mi manca il mio paese”.

Oxfam ha dato ad Ammar e alla sua famiglia prodotti igienici e per la pulizia, e un contributo per pagare l’affitto, così che possano spendere quello che hanno per cibo e beni essenziali.