9 Ottobre 2026

7 ottobre 2023: dall’attacco di Hamas al genocidio a Gaza

 

Il 7 ottobre 2023 è una data che ha segnato la vita di milioni di persone. Quel giorno l’attacco di Hamas contro Israele ha ucciso centinaia di civili; nei tre anni successivi l’offensiva israeliana su Gaza ha ucciso decine di migliaia di palestinesi, affamato una popolazione intera e raso al suolo un territorio. In questo articolo ricostruiamo cosa è successo quel giorno, le ingiustizie che lo hanno preceduto, cosa è accaduto dopo e la situazione di oggi.

Credit: Alef Multimedia
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Cosa è successo il 7 ottobre 2023

La mattina del 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno lanciato un attacco su larga scala nel sud di Israele. Sono state uccise 1.200 persone tra cittadini israeliani e stranieri, tra cui 282 donne e 36 bambini, e circa 250 persone sono state prese in ostaggio e portate a Gaza.

Come Oxfam abbiamo condannato fin da subito quegli attacchi e la cattura degli ostaggi, e condanniamo tutte le offensive, le violenze e gli attacchi contro i civili palestinesi e israeliani da quella data in poi. Colpire deliberatamente i civili non è mai giustificabile, da chiunque avvenga.

Gli ostaggi ancora in vita sono tornati a casa solo con la prima fase della tregua, nell’ottobre 2025, insieme ai resti di chi era stato ucciso, in cambio della liberazione di detenuti palestinesi.

Chi ha attaccato per primo, Hamas o Israele?

Il 7 ottobre 2023 ad attaccare per primi sono stati Hamas e gli altri gruppi armati. È la risposta corretta alla domanda, ma da sola non basta a capire. Quell’attacco è arrivato dopo 56 anni di occupazione militare del Territorio Occupato Palestinese e oltre 16 anni di blocco della Striscia di Gaza, dentro una storia di espulsioni e negazione dei diritti che dura dal 1948. Conoscere questa storia serve a capire, non a giustificare la violenza contro i civili.

Chi è Hamas

Hamas, acronimo arabo di Movimento di resistenza islamica, è nato ufficialmente nel 1987 durante la prima intifada, la rivolta palestinese contro l’occupazione, come emanazione dei Fratelli Musulmani. Ha un’ala politica e un’ala armata. Nel 2006 ha vinto le elezioni legislative palestinesi e dall’anno successivo governa la Striscia di Gaza, dopo gli scontri con Fatah, il partito che guida l’Autorità nazionale palestinese in Cisgiordania.

Prima del 7 ottobre: oltre 75 anni di ingiustizie

Quello che spesso viene chiamato “conflitto israelo-palestinese” è in realtà una lunga storia di spoliazione di un popolo. Per capire il 7 ottobre bisogna partire dal 1948.

1948: la Nakba

Nakba in arabo significa catastrofe. Indica lo sfollamento e la spoliazione di massa dei palestinesi durante la guerra arabo-israeliana del 1948: circa 750.000 persone sono state cacciate dalle proprie terre. Già nel dicembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU chiedeva il ritorno dei rifugiati, la restituzione delle proprietà e un risarcimento, con la risoluzione 194. Quel diritto non è mai stato riconosciuto. Oggi i rifugiati palestinesi registrati presso l’UNRWA, l’agenzia ONU che li assiste, sono quasi sei milioni. Molti abitanti di Gaza sono loro discendenti.

Dal 1967: l’occupazione

Con la guerra dei Sei giorni, nel giugno 1967, Israele ha occupato la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Da allora l’occupazione non è mai finita. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, con un parere consultivo, ha stabilito che la presenza di Israele nel Territorio Palestinese Occupato è illegale e che gli altri Stati devono astenersi da rapporti che contribuiscano a mantenerla.

In Cisgiordania vivono oggi oltre 700.000 coloni israeliani, in centinaia di insediamenti che coprono più del 42% della superficie, come documenta il rapporto “Il commercio con gli insediamenti illegali”, sottoscritto anche da Oxfam. Gli insediamenti violano la Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta a una potenza occupante di trasferire i propri civili nei territori occupati.

Dal 2007: il blocco di Gaza

Dopo la presa del potere di Hamas, nel 2007 Israele ha imposto un blocco su Gaza, con il sostegno dell’Egitto. Oltre due milioni di persone vivono da allora chiuse in una striscia di terra lunga circa 41 chilometri e larga al massimo 12, con limiti severi alla circolazione di persone e merci. Già prima del 7 ottobre l’80% della popolazione dipendeva dagli aiuti umanitari. Ne parliamo in modo approfondito nella storia della Striscia di Gaza e nell’articolo perché esiste ancora il conflitto israelo palestinese.

Credit: Alef Multimedia/Oxfam
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Dall’offensiva israeliana al genocidio

Dopo il 7 ottobre la risposta del governo israeliano è stata un assedio totale e una campagna di bombardamenti senza precedenti su una delle aree più densamente popolate al mondo.

Le vittime e la distruzione

In meno di tre anni sono stati uccisi 73.000 palestinesi, i feriti sono 173.000 e 1,9 milioni di persone sono state sfollate più volte. Già nel primo anno a Gaza erano stati uccisi più minori che in qualsiasi altro conflitto documentato dall’ONU negli ultimi 18 anni. Secondo le Nazioni Unite, entro ottobre 2025 gli attacchi israeliani avevano danneggiato o distrutto l’84% degli edifici della Striscia.

La distruzione ha colpito tutto ciò che tiene in piedi una società: quasi tutte le scuole sono state distrutte o danneggiate, le università rase al suolo, migliaia di insegnanti e ricercatori uccisi, biblioteche e archivi perduti. Il report Oxfam di luglio 2026 stima che lo sviluppo umano a Gaza sia arretrato di 77 anni.

La fame come arma di guerra

Nell’agosto 2025 l’IPC, il sistema internazionale di classificazione della sicurezza alimentare, ha confermato la carestia nel governatorato di Gaza: oltre mezzo milione di persone viveva in condizioni catastrofiche, tra fame, indigenza e morte. Era la prima volta che una carestia veniva dichiarata in Medio Oriente. Commentando quel rapporto, il coordinatore Oxfam per la sicurezza alimentare a Gaza, Mahmoud Alsaqqa, ha attribuito la carestia al blocco quasi totale di cibo e aiuti imposto da Israele e all’uso della fame come arma di guerra. In quelle settimane Oxfam aveva aiuti salvavita per oltre 2,5 milioni di dollari fermi nei magazzini fuori dalla Striscia.

Le conseguenze durano ancora: nel 2025 sono stati ricoverati per malnutrizione acuta 94.000 bambini tra i 6 mesi e i 5 anni, contro meno di 40.000 nel 2024.

Perché parliamo di genocidio

Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. Parallelamente, la Corte internazionale di giustizia esamina il ricorso presentato dal Sudafrica e dal gennaio 2024 ha ordinato a Israele diverse misure provvisorie; la sentenza nel merito non è ancora arrivata. Uccisioni di massa, fame imposta, distruzione sistematica delle condizioni di vita e sfollamento forzato di un’intera popolazione hanno un nome preciso nel diritto internazionale.

Tre anni dopo: dove siamo oggi

Il 29 settembre 2025 la Casa Bianca ha presentato un piano di pace in 20 punti. Accettato da Israele e Hamas, ha portato al cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025, con la liberazione degli ostaggi, la ripresa degli aiuti e il ripiegamento delle truppe israeliane su poco più della metà della Striscia.

La tregua non ha fermato le uccisioni. Secondo l’OCHA, l’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari, dall’annuncio del cessate il fuoco al 2 settembre 2026 sono stati uccisi 1.334 palestinesi e oltre 4.400 sono rimasti feriti. La maggior parte dei 2,1 milioni di abitanti vive ancora in campi per sfollati sovraffollati, e si prepara alla stagione delle piogge con il rischio di alluvioni ed epidemie.

La ricostruzione è appena all’inizio. Secondo la valutazione congiunta di ONU, Unione europea e Banca Mondiale, serviranno 71,4 miliardi di dollari in dieci anni: sette volte il totale di tutte le ricostruzioni degli ultimi vent’anni, vanificate ogni volta dal blocco e da nuove offensive. Il 23 settembre 2026 il Board of Peace, l’organismo presieduto da Donald Trump, ha presentato a New York un piano iniziale da 2,45 miliardi di dollari. Per noi qualsiasi piano è destinato a fallire se viene imposto dall’esterno, senza la guida delle istituzioni e della società civile palestinesi.

Intanto in Cisgiordania la violenza cresce. Tra gennaio e agosto 2026 sono stati registrati oltre 1.600 attacchi di coloni con vittime o danni, in media 6,7 al giorno, contro i 5 del 2025. Ne parliamo in cosa succede e come si vive in Cisgiordania.

Le responsabilità della comunità internazionale

Il genocidio a Gaza è stato possibile anche grazie a chi ha continuato a fornire armi, fondi e copertura politica. A giugno 2026 nessuno dei paesi del G7 aveva imposto un embargo sulle armi a Israele. In Italia, il 14 aprile 2026 il governo ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare con Israele: un segnale politico che però non blocca i contratti già in essere. Per questo chiediamo di rendere pubbliche le forniture inviate dopo il 7 ottobre 2023. Approfondiamo il tema in Armamenti Israele: effetti sul conflitto e responsabilità internazionali.

Gli Stati che hanno armato o coperto la distruzione di Gaza, Italia compresa, hanno anche precise responsabilità nella riparazione dei danni. Come ha detto Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, presentando il report di luglio, “i dati di Gaza non sono frutto del destino: sono l’occupazione, il blocco e l’impunità a produrre lo stesso risultato, guerra dopo guerra”.

Credit: Alef Multimedia/Oxfam
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Il lavoro di Oxfam a Gaza e in Cisgiordania

Lavoriamo nel Territorio Palestinese Occupato da decenni, con partner palestinesi e israeliani. Dal 7 ottobre 2023 non ci siamo mai fermati: tra ottobre 2023 e aprile 2025 abbiamo raggiunto oltre 1 milione e 115 mila persone a Gaza e in Cisgiordania. Con i nostri partner locali distribuiamo cibo, acqua e denaro, ripariamo impianti idrici e servizi igienico-sanitari, installiamo impianti di desalinizzazione, docce e latrine nei campi per sfollati.

Ascoltiamo anche le persone che vivono l’emergenza ogni giorno. Una nostra analisi, basata su focus group con 156 donne e ragazze in tutta la Striscia, mostra che la maggior parte delle donne dedica dalle 8 alle 12 ore al giorno al lavoro di cura non retribuito: code dalle 5 del mattino per l’acqua, cucina su fuochi di legna o rifiuti, assistenza ai feriti. A Gaza circa 58.600 famiglie hanno una donna come capofamiglia e la disoccupazione femminile è al 92%.

Cosa chiediamo oggi

Tre anni dopo il 7 ottobre, le nostre richieste alla comunità internazionale e al governo italiano sono queste:

  • il rispetto pieno della tregua e l’accesso umanitario senza restrizioni in tutta la Striscia;
  • la fine del blocco di Gaza e dell’occupazione del Territorio Palestinese Occupato;
  • il trasferimento immediato dell’amministrazione di Gaza ai palestinesi e una ricostruzione guidata dalla società palestinese;
  • lo stop alle forniture di armi e il divieto di commercio con gli insediamenti illegali;
  • l’accertamento delle responsabilità per il genocidio e per tutte le violazioni del diritto internazionale, a partire dagli attacchi contro i civili del 7 ottobre.

La pace richiede giustizia, e la giustizia passa dal riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.

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Credit: Alef Multimedia/Oxfam
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Domande frequenti sul 7 ottobre 2023

Cosa è successo il 7 ottobre 2023?

Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno attaccato il sud di Israele, uccidendo 1.200 persone tra cittadini israeliani e stranieri e prendendo circa 250 ostaggi. Da quel giorno è iniziata l’offensiva israeliana su Gaza, che in meno di tre anni ha ucciso 73.000 palestinesi.

Chi ha attaccato per primo, Hamas o Israele?

Il 7 ottobre 2023 ha attaccato per primo Hamas. Quell’attacco è però arrivato dopo 56 anni di occupazione militare del Territorio Palestinese Occupato, oltre 16 anni di blocco di Gaza e una storia di espulsioni iniziata con la Nakba del 1948. Il contesto aiuta a capire, ma non giustifica la violenza contro i civili.

Chi è Hamas?

Hamas è un movimento islamista palestinese nato nel 1987 durante la prima intifada, con un’ala politica e una armata. Ha vinto le elezioni legislative palestinesi del 2006 e dal 2007 governa la Striscia di Gaza.

Perché Gaza è così importante?

Gaza è il luogo dove l’occupazione e il blocco hanno prodotto le conseguenze più estreme. In una striscia di terra lunga circa 41 chilometri vivono oltre due milioni di persone, molte discendenti dei rifugiati del 1948, chiuse dal 2007 con limiti severi alla circolazione di persone e merci.

Cosa chiedono i palestinesi a Israele?

I palestinesi chiedono la fine dell’occupazione e il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione. Nel 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la presenza di Israele nel Territorio Palestinese Occupato è illegale, e dal 1948 l’ONU riconosce ai rifugiati il diritto al ritorno.

Perché si parla di genocidio a Gaza?

Si parla di genocidio perché il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele lo ha commesso a Gaza. Il caso è anche davanti alla Corte internazionale di giustizia, che ha ordinato misure provvisorie ma non si è ancora pronunciata nel merito.

A Gaza c’è un cessate il fuoco?

Sì, il cessate il fuoco è in vigore dal 10 ottobre 2025, ma le uccisioni non si sono fermate. Secondo i dati ripresi dall’OCHA, dall’annuncio della tregua al 2 settembre 2026 sono stati uccisi 1.334 palestinesi, e la maggior parte della popolazione vive ancora in campi per sfollati.

Gli ostaggi del 7 ottobre sono stati liberati?

Sì. Gli ostaggi ancora in vita sono tornati a casa con la prima fase della tregua, nell’ottobre 2025, insieme ai resti di chi era stato ucciso, in cambio della liberazione di detenuti palestinesi.

Quanto costerà ricostruire Gaza?

Ricostruire Gaza costerà 71,4 miliardi di dollari in dieci anni, secondo la valutazione di ONU, Unione europea e Banca Mondiale. È sette volte il totale di tutte le ricostruzioni degli ultimi vent’anni.

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