La visita medica ad un bambino di Gaza

Da sei mesi Sawsan al Najjar e la sua famiglia vivono ammassati dentro una piccola stanza con crepe nei muri ed un tetto danneggiato, tanto da far temere alla donna che la costruzione possa crollargli addosso mentre dormono. Il resto della casa è ridotto in macerie, distrutto dai bombardamenti durante i 51 giorni di conflitto della scorsa estate tra le forze di Israele e i gruppi armati palestinesi. I donatori internazionali hanno promesso 3,5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza, tuttavia sei mesi più tardi persone come Sawsan vivono ancora in condizioni disperate.


L’ultimo rapporto curato da Oxfam e da altre 45 organizzazioni umanitarie (leggi) mostra come nessuna delle 19mila case distrutte sia stata ancora ricostruita e come le promesse di cambiamento politico duraturo non si siano materializzate. Il blocco di Israele, che dura ormai da 8 anni, rimane in piedi, restringendo ampiamente il movimento delle persone e delle cose.


I due figli di Sawsan, Ameer di 2 anni e Ahmed di 16, soffrono di rachitismo e suo marito, Faraj, lavora giorno e notte per raccogliere il denaro necessario per le loro cure mediche particolari.


“Ero solito gestire una mia attività, il commercio delle motociclette – spiega l’uomo – . Gli affari cominciarono ad andare peggio quando nel 2007 iniziò il blocco, ma riuscivo a guadagnare abbastanza almeno per sfamare la mia famiglia. Poi durante la guerra ho perso le mie motociclette, che valevano 7mila dollari. Ora lavoro 12 ore al giorno per sistemare i pezzi di ricambio, ma guadagno a malapena 5 dollari al giorno. Non bastano nemmeno a comprare da mangiare”.


Considerata la mancata ricostruzione, la vita della famiglia di Sawsan è oggi ancora più difficile. “L’inverno è stato molto duro. La pioggia filtrava dal tetto danneggiato e dai muri e i miei bambini sono stati malati tutto il tempo”, dice la donna.


Il dottore Ihab Dabour ha provveduto alle cure mediche di emergenza per migliaia di persone durante il culmine del conflitto, nonostante la sua stessa casa sia stata bombardata, (leggi). Ogni due settimane, con una clinica medica mobile, gestita dalla Palestinian Medical Relief Society (PMRS) e finanziata da Oxfam, pratica la sua attività nel quartiere devastato di Khuza dove Sawsan vive. A Gaza la nostra organizzazione, insieme ai suoi partner, fornisce acqua pulita e cibo e sostiene i servizi sanitari locali.


“Molte famiglie stanno vivendo in condizioni estremamente malsane e sovraffollate, in caravan e case danneggiate – racconta il dottor Dabour – . L’acqua pulita e il riscaldamento, che sarebbero stati estremamente necessari durante il rigido inverno, sono insufficienti. Tutto questo causa malattie frequenti come scabbia e problemi respiratori. Finché le persone vivranno in queste condizioni, continueranno ad avere questi problemi di salute. Vorrei soltanto poter essere di maggior aiuto”.


A Gaza almeno 81 strutture mediche e ospedali sono stati danneggiati durante il conflitto – insieme a scuole, sistemi idrici e altre infrastrutture – e la maggior parte non ha ancora ricevuto i fondi per il finanziamento. Le poche che li hanno avuti non sono in grado di reperire i materiali da costruzione necessari ad avviare la ricostruzione a causa del blocco di Israele.


La clinica mobile ci fornisce i farmaci di cui abbiamo bisogno per evitare ulteriori problemi di salute – dichiara Sawsan – . Ma ciò di cui le famiglie hanno maggiormente bisogno è essere capaci di ricostruire le proprie vite. Per questo servono un cessate il fuoco permanente e la fine del blocco. Gaza necessita della ricostruzione ma anche dell’aiuto necessario per ricostituire la sua economia, una volta fiorente, che è stata devastata dal blocco e dai conflitti ricorrenti. Il 63% dei giovani è ora disoccupato e le persone dipendono sempre di più dagli aiuti internazionali”.


“Sono i nostri figli che stanno pagando il prezzo di tutto questo – sottolinea Sawsan – Avevamo una vita felice con una bella casa e la nostra attività. Non eravamo ricchi ma non avevamo bisogno dell’aiuto degli altri. Ora necessitiamo di qualsiasi tipo di supporto. Abbiamo cominciato a credere che la ricostruzione non ci sarà mai”.