Secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili, alla fine del 2024, 123,2 milioni di persone nel mondo erano state costrette a fuggire dalle proprie case a causa di guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani. È il dato più alto mai registrato: quasi il doppio rispetto a dieci anni fa, e in aumento del 6% rispetto al 2023. Vuol dire 1 persona su 67 sul pianeta. Nel frattempo, i fondi per rispondere a questa realtà sono rimasti fermi ai livelli del 2015.
Questo è il paradosso del 2025: più persone in fuga che mai, meno risorse che mai. Non è una crisi eccezionale: è il risultato di conflitti irrisolti, scelte politiche precise e un sistema di solidarietà internazionale sotto pressione crescente. Capire chi sono i profughi oggi, dove si trovano e cosa li aspetta serve a leggere il presente senza affidarsi a narrazioni che distorcono la realtà.

Chi è un profugo oggi
Il termine “profugo” è usato nel linguaggio comune per indicare chiunque sia costretto a lasciare casa propria in condizioni di emergenza. In senso giuridico, però, le situazioni sono distinte.
Il rifugiato è chi ha attraversato un confine internazionale e ottiene protezione in base alla Convenzione di Ginevra del 1951: persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un gruppo sociale. Alla fine del 2024, erano 42,7 milioni i rifugiati nel mondo, compresi quelli sotto il mandato UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente.
La persona sfollata interna (IDP, Internally Displaced Person) è invece chi è fuggito ma è rimasto nel proprio Paese: a fine 2024 erano 73,5 milioni, un record. Una quota crescente di spostamenti è poi legata alla crisi climatica: siccità, alluvioni, desertificazione rendono intere aree inabitabili, spingendo le persone a muoversi senza rientrare nella definizione giuridica di rifugiato. Ne parliamo in rifugiati ambientali: chi sono e cosa dice la legge.
Chi li accoglie davvero
La narrazione prevalente nei paesi ricchi racconta una pressione migratoria diretta verso l’Europa o il Nord America. I dati UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati dicono altro.
Il 67% dei rifugiati resta nei paesi limitrofi a quelli d’origine. Il 73% è ospitato da paesi a basso e medio reddito. I paesi a basso reddito, che rappresentano il 9% della popolazione mondiale e lo 0,6% del PIL globale, ospitano il 19% dei rifugiati del pianeta.
I paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati sono Iran (3,5 milioni), Turchia (2,9 milioni), Colombia (2,8 milioni), Germania (2,7 milioni) e Uganda (1,8 milioni). Ciad, Etiopia, Uganda, RDC: sono paesi già alle prese con fragilità strutturali, che reggono il peso di crisi che altri non vogliono affrontare.
La crisi più grande al mondo oggi non è in Medio Oriente né in Europa. È in Sudan: con 14,3 milioni di rifugiati e sfollati interni, ha superato la Siria (13,5 milioni) come crisi di sfollamento più grave del pianeta. Seguono Afghanistan (10,3 milioni) e Ucraina (8,8 milioni).

Cosa sta succedendo ora: la forbice che si allarga
Il 2025 ha introdotto una variabile nuova e molto concreta: il collasso dei finanziamenti umanitari internazionali. A gennaio 2025, la nuova amministrazione statunitense ha congelato i fondi alle agenzie ONU. Gli USA coprivano circa un quinto del budget UNHCR nel 2024 avevano stanziato 2,5 miliardi di dollari. A metà 2025, il fabbisogno UNHCR era di 10,6 miliardi di dollari: ne era stato coperto solo il 23%. In risposta, l’agenzia ha annunciato un taglio del 30% dei costi operativi e del 50% delle posizioni dirigenziali.
Le conseguenze sono concrete. Secondo un rapporto UNHCR del luglio 2025, 11,6 milioni di rifugiati rischiano di perdere l’accesso all’assistenza umanitaria diretta nel corso dell’anno circa un terzo di tutte le persone assistite l’anno precedente. Programmi per un valore di 1,4 miliardi di dollari sono stati tagliati o sospesi. In Sud Sudan, il 75% degli spazi sicuri per donne e ragazze rifugiate sostenuti dall’UNHCR ha chiuso. In Libano, l’assistenza economica a 347.000 rifugiati siriani è stata interrotta.
Non si tratta di una stretta temporanea. La USAID, l’agenzia USA per lo sviluppo internazionale, è stata di fatto smantellata il 10 marzo 2025, dopo il congelamento dei fondi di gennaio e i licenziamenti di oltre 1.200 dipendenti. Il segnale politico è strutturale: il principale donatore globale si è ritirato.
Anche altri paesi donatori, europei compresi, avevano già ridotto la spesa umanitaria negli anni precedenti. Il risultato è una forbice che si allarga: più persone bisognose di protezione, meno risorse per garantirla. Secondo UNHCR, se i finanziamenti non migliorano, le aree più esposte come Corno d’Africa, Medio Oriente e Nord Africa rischiano un’ulteriore destabilizzazione, con effetti diretti sui flussi verso Europa e Italia.

Come lavora Oxfam
Oxfam opera nei contesti di prima accoglienza e nelle crisi che si sono protratte nel tempo, non solo nelle emergenze acute. Il lavoro si concentra su acqua e igiene (WASH), sicurezza alimentare, assistenza economica diretta e protezione delle persone più vulnerabili donne, bambini, anziani, persone con disabilità.
Crediamo che non basti dare una sola risposta immediata. Per questo, nei paesi dove le persone si fermano spesso per anni, non per settimane, Oxfam lavora per:
- sostenere i mezzi di sussistenza
- ridurre la dipendenza dagli aiuti e
- rafforzare la capacità delle comunità locali di reggere la pressione.
Intanto, le crisi belliche e quindi umanitarie non si fermano, quindi bisogna mantenere alto il livello di analisi e di capacità di reagire.
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