NUOVE REGOLE FISCALI PER MULTINAZIONALI: UN ACCORDO DEI PAESI RICCHI PER I PAESI RICCHI

8 Ottobre 2021

Gennaio

In risposta all’accordo fiscale dell’OCSE annunciato oggi, Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam Italia sui dossier di giustizia fiscale, ha dichiarato:

“La posizione conclusiva del negoziato sulle nuove regole di tassazione delle multinazionali, siglata da 136 dei 140 Paesi partecipanti, mostra un livello di ambizione modesto e prefigura limitati impatti redistributivi per i Paesi in via sviluppo e le economie emergenti le cui richieste sono rimaste ampiamente inascoltate dalle economie avanzate”.

“La concessione, ai Paesi in cui le corporation più grandi e redditizie realizzano vendite, del diritto di tassare una quota dei loro extra-profitti rappresenta un apprezzabile passo in avanti verso un modello di tassazione unitaria delle multinazionali. Un modello che prevede la ripartizione dei profitti globali dei giganti corporate tra diversi Paesi in base all’effettiva presenza e attività economica condotta in ciascuno di essi. L’ammontare dei profitti soggetti a ridistribuzione secondo le nuove regole, applicabili a poche decine di corporation, risulta però estremamente modesto. Tenuto conto dell’obbligo di abrogazione delle imposte nazionali sui servizi digitali per poter beneficiare della riallocazione di utili, per 52 Paesi a basso e medio-basso reddito, l’extra gettito netto non supererebbe in media lo 0,01% del PIL, secondo recenti stime di Oxfam e Oxford Economics. A fronte di simili risorse erariali, per molti Paesi fuori dal club delle economie avanzate, la scelta di aderire o meno all’accordo è stata di fatto una scelta tra il nulla e il pochissimo”.       

“L’accordo su un livello di tassazione effettiva minima per le multinazionali, da un segnale della volontà politica di attenuare la concorrenza fiscale al ribasso in materia di fisco societario. Un segnale però tremendamente timido. L’aliquota minima cui assoggettare la base imponibile, ridotta da generose deduzioni per 10 anni, è infatti fissata ad appena il 15%. Un livello insufficiente – rispetto alle richieste di considerare un’aliquota nel range 21%-25% – che, se da un lato colpisce i Paesi come Bermuda senza imposte sui redditi societari, dall’altro normalizza il livello di tassazione in paradisi fiscali societari come l’Irlanda e Singapore. Una capitolazione che rischia di trasformare l’attuale forsennata corsa al ribasso in una corsa al nuovo minimo”.

“In un momento storico caratterizzato dall’esplosione della povertà e dall’accentuarsi delle disuguaglianze, l’accordo si presenta come profondamente iniquo. L’OCSE e il G20 devono recuperare ambizione e senso di equità e non lasciare briciole al resto del mondo”.