2,2 miliardi di persone non hanno accesso sicuro all’acqua potabile. 3,5 miliardi non dispongono di servizi igienico-sanitari adeguati. Nel frattempo, il 90% delle risorse idriche mondiali è consumato dall’agricoltura e dall’industria agroalimentare, incluse monocolture per l’export in paesi dove la popolazione non ha acqua da bere.
Il solito paradosso: non è il pianeta ad essere a corto d’acqua. Il problema è come viene distribuita e chi la controlla. La crisi idrica mondiale è il risultato di scelte economiche, politiche e infrastrutturali precise, che scaricano il costo della scarsità sulle persone meno in grado di sostenerlo.

Quanta acqua c’è nel mondo e perché non basta
Solo il 3% dell’acqua del pianeta è dolce. Di questa, i due terzi sono immobilizzati nei ghiacciai e nelle calotte polari. L’acqua effettivamente disponibile per il consumo umano, quella di fiumi, laghi e falde acquifere, è meno dell’1% del volume acqueo totale della Terra, e il 60% di queste risorse si concentra in soli sei paesi: Stati Uniti, Canada, Brasile, Russia, India e Cina.
Questa distribuzione geografica diseguale è già di per sé un problema strutturale. Ma la crisi idrica che stiamo vivendo non è dovuta principalmente a questa diseguaglianza naturale. È dovuta a come quella risorsa limitata viene prelevata, usata e gestita. I dati più recenti FAO 2024 mostrano che le riserve di acqua dolce rinnovabile sono diminuite di oltre il 20% negli ultimi vent’anni, per effetto combinato dell’aumento dei prelievi e del cambiamento climatico. Paesi come Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita prelevano annualmente da 9 a quasi 40 volte le risorse di acqua dolce rinnovabile disponibili: un modello insostenibile.
Il risultato è che due terzi della popolazione mondiale, circa 4 miliardi di persone, vive in aree che soffrono di carenza idrica per almeno un mese all’anno, mentre 1,6 miliardi soffre la carenza per motivi economici, perché i paesi in cui vivono non dispongono delle infrastrutture necessarie per prelevare l’acqua disponibile. Non manca l’acqua: mancano le condotte, i pozzi, i sistemi di trattamento.
Chi consuma l’acqua del mondo
L’agricoltura rimane il settore che consuma più acqua a livello globale, con il 72% dei prelievi in molte regioni. Se si allarga lo sguardo all’intera industria agroalimentare, inclusa la trasformazione degli alimenti, il consumo raggiunge il 90% delle risorse idriche mondiali. L’industria manifatturiera copre la parte restante; gli usi domestici, quelli con cui le persone cucinano, si lavano e bevono, rappresentano meno del 10%.
Questo dato capovolge la narrativa prevalente sulla crisi idrica. Il problema non è il rubinetto aperto o la doccia troppo lunga: è il modello produttivo globale. Scegliere un menù con carne significa consumare 4.707 litri di acqua, perché quella è l’acqua incorporata nelle coltivazioni che hanno nutrito il bestiame. Le monocolture industriali destinate all’export, spesso localizzate in paesi già in stress idrico, prelevano acqua da falde che non si rigenerano per produrre beni che vengono consumati a migliaia di chilometri di distanza.
C’è un nesso diretto tra questo modello e la crisi alimentare: i paesi che coltivano per il mercato globale spesso non producono il cibo di cui ha bisogno la propria popolazione. Il legame tra acqua, terra e cibo è strutturale, come approfondisce il nostro articolo sulla sovranità alimentare.

Dove si manifesta la crisi e chi la subisce
La crisi idrica colpisce in modo sproporzionato chi ha già meno potere economico e politico per difendersi. In Africa subsahariana le donne percorrono in media 6 chilometri al giorno per raccogliere l’acqua necessaria alla famiglia. Questo tempo sottratto ogni giorno significa meno istruzione, meno lavoro, meno autonomia. La crisi idrica è anche una questione di genere.
Nelle aree di conflitto attivo, l’acqua è diventata uno strumento di guerra documentato. In Yemen, Sudan e Libano le infrastrutture idriche sono state deliberatamente colpite, riducendo l’accesso all’acqua a una minima parte della popolazione.
Le proiezioni per il futuro non sono incoraggianti. Secondo le stime ONU, entro il 2030 la siccità potrebbe provocare oltre 700 milioni di migranti climatici. Le regioni più esposte allo stress idrico severo nei prossimi decenni sono il Medio Oriente, il Nord Africa, l’Asia meridionale, parti dell’Africa subsahariana e, in misura crescente, il bacino del Mediterraneo, incluse zone dell’Italia meridionale.
Clima, conflitti e infrastrutture: le tre leve che aggravano la crisi
Il cambiamento climatico aggrava la crisi idrica in modo significativo. Altera la distribuzione delle precipitazioni, accelera lo scioglimento dei ghiacciai che alimentano i fiumi, intensifica i periodi di siccità e aumenta la frequenza delle alluvioni. Il paradosso è che siccità e alluvioni sono due facce dello stesso squilibrio: troppa acqua nel posto sbagliato, troppo poco nel posto giusto, nel momento sbagliato.
I conflitti armati distruggono le infrastrutture idriche in modo sistematico. Come documentato nel report Oxfam Water War Crimes (luglio 2024), a Gaza la disponibilità di acqua è crollata a 4,74 litri per persona al giorno, contro il minimo ONU di 15 litri per emergenza. In Libano, nell’escalation del 2026, 8 infrastrutture idriche sono state bombardate in soli quattro giorni nella valle della Bekaa. La distruzione delle reti idriche non è un effetto collaterale della guerra: è una strategia deliberata, vietata dal diritto internazionale umanitario.
La terza leva è quella infrastrutturale. Nei paesi a basso reddito la mancanza di investimenti nelle reti idriche significa che l’acqua, anche quando esiste, non arriva alle persone. Questa non è una questione di risorse naturali: è una questione di scelte politiche e priorità di investimento.

La crisi idrica in Italia e in Europa
La crisi idrica mondiale non riguarda solo i paesi del Sud globale. Le reti idriche italiane disperdono il 42,4% dell’acqua potabile immessa in distribuzione, secondo i dati ISTAT aggiornati al 2022. Il volume di acqua dispersa ogni anno soddisferebbe le esigenze idriche di 43,4 milioni di persone per un intero anno, pari al 75% della popolazione italiana. L’acqua dispersa ogni giorno per abitante è pari a 157 litri: più di quanto molte persone nel mondo abbiano a disposizione per tutti gli usi quotidiani.
Secondo la Banca Mondiale, le perdite idriche nelle reti dei paesi ad alto reddito si aggirano tra il 10 e il 20%. In Italia il dato è del 40%. In Germania, grazie a manutenzione continua e investimenti strutturali, le perdite sono tra il 7 e il 10%. Il divario nasce sulla governance e di priorità politica.
Le situazioni peggiori si registrano a Potenza (71%), Chieti (70,4%), L’Aquila (68,9%) e Latina (67,7%), dove si disperde quasi tutta l’acqua immessa in rete. Il Sud Italia e le Isole pagano il prezzo più alto di decenni di mancati investimenti nelle infrastrutture idriche, mentre queste stesse aree sono tra le più vulnerabili agli effetti della siccità.
Nel 2024, il 28,7% delle famiglie italiane dichiara di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto, con punte del 50% in Sicilia e del 48% in Sardegna. Il risultato è un consumo massiccio di acqua in bottiglia, con costi ambientali ed economici enormi, in un paese dove l’acqua pubblica è tra le più controllate d’Europa.

Cosa chiede Oxfam
Oxfam lavora per garantire l’accesso all’acqua nelle emergenze e per cambiare le strutture che producono la crisi idrica. Sul campo, i nostri interventi vanno dalla distribuzione di acqua pulita nei contesti di conflitto al ripristino di impianti idrici distrutti, dal supporto tecnico ai sistemi di pompaggio alla costruzione di bacini idrici nelle comunità rurali.
L’accesso all’acqua è un diritto umano riconosciuto dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2010: va trattato come tale, non come una merce da gestire secondo le logiche del mercato. La privatizzazione dei servizi idrici nei paesi a basso reddito, spesso imposta come condizione per l’accesso ai prestiti internazionali, ha prodotto aumenti dei prezzi che hanno escluso le persone più povere dall’accesso a una risorsa vitale. Servono:
- investimenti pubblici nelle infrastrutture idriche dei paesi a basso reddito, non prestiti condizionati
- regole che limitino il prelievo industriale di acqua nelle aree in stress idrico
- protezione esplicita delle infrastrutture idriche civili nelle zone di conflitto, con conseguenze reali per chi le viola.
E serve un piano serio di ammodernamento delle reti idriche in Europa e in Italia, dove ogni giorno si disperde un’acqua che altrove significa sopravvivenza.







