L'alluvione è stato particolarmente drammatico per gli sfollati, che ancora abitano case prefabbricate. Credits: OxfamItalia

Gli effetti dell'alluvione

Le forti piogge di dicembre, ma non solo, hanno provocato diverse inondazioni in Bosnia Erzegovina coinvolgendo più di 23.000 persone.


Nell’area est del Paese, lungo il fiume Drina, che disegna il confine con la Serbia e il Montenegro, il livello delle acque è cresciuto improvvisamente investendo Foča, attraversata da ben quattro corsi d’acqua. Lo scarso preavviso ha impedito ai cittadini di salvare le proprie cose e l’onda di piena ha portato via con sé le infrastrutture turistiche create lungo il fiume, principale risorsa economica della zona, sviluppatasi infatti grazie al turismo fluviale.
L’acqua ha poi investito i terreni agricoli di Ustikolina (dove si trova un presidio slow food), Goražde e Novo Goražde colpendo in particolare un villaggio di sfollati interni, che da 15 anni vivono in case prefabbricate. L’acqua ha portato via serre, sementi, legna da ardere, casotti agricoli, lasciandosi dietro carcasse e spazzatura raccolta lungo le coste e depositata sui rami degli alberi. La piena è continuata fino a Bijeljina,  allo sbocco del fiume Drina nella Sava. Non potendo affluire nella Sava, il cui livello era già alto, l’acqua ha ricoperto i campi, gli allevamenti e obbligato  quasi 4.000 persone ad abbandonare le proprie case, devastando 9.000 ettari di terreni agricoli.
I danni complessivi si si stimano superiori a 2.5 milioni di euro.


Il fattore umano ha acuito pesantemente i danni provocati dalla natura. I corsi d’acqua del paese sono stati sfruttati per produrre energia idroelettrica, costruendo numerose piccole e grandi dighe. A seguito della guerra, la frammentazione politica e amministrativa del paese fa si che non ci sia un sistema di gestione delle acque centralizzato. Sul fiume Drina manca un’autorità centrale, l’Agenzia dell’acqua, che gestisca le risorse idriche e coordini le centrali, nonostante quanto previsto da una regolativa nazionale, e fortemente richiesto dall’Unione Europea. A ciò si aggiunge che i tributari della Drina passano dal Montenegro, le cui dighe sono gestite da un’altra autorità. E così il rilascio da parte della diga di Mratinje di maggiori quantitativi di acqua, mentre anche in Montenegro pioveva, ha accelerato il riempimento della Drina e l’onda che ha sommerso Foča è arrivata prima del previsto.
La deforestazione  ha provocato smottamenti del terreno e la mancanza di piani urbanistici aggiornati ha portato alla costruzione di edifici in terreni a rischio idro-geologico, amplificando i danni.


Il governo risponde, a livello delle due entità che compongono il paese, in maniera diversa. In una la risposta è affidata completamente alle unità amministrative cantonali, che a causa dello scarso budget a loro disposizione attendono a dichiarare lo stato di emergenza; nell’altra la risposta avviene a livello centralizzato, ma influenzato dalle alleanze politiche delle singole municipalità colpite. E così i sindaci si trovano soli a gestire l’emergenza, creando centri di accoglienza nelle scuole, nelle caserme militari, in una prigione. Solo poche famiglie più fortunate sono state sistemate in una pensione e molte sono temporaneamente  ospitate presso familiari e amici. I più colpiti sono spesso gli sfollati interni, persone che dopo la guerra sono andate a vivere in aree avvertite più sicure, lontane dalle reti sociali e parentali, che ora si trovano completamente sole. Sono tanti anche coloro i quali non hanno voluto abbandonare le loro abitazioni e vivono al secondo piano di case il cui primo piano è completamente alluvionato. La Croce Rossa di Bijeljina in un solo giorno ha distribuito con gommoni acqua potabile e cibo a più di 7.000 persone.
Nonostante la disinfezione e la crematura delle carcasse degli animali siano completati e nonostante il governo si sia impegnato a comprare legna da ardere per le famiglie colpite, l’emergenza non cessa. L’inverno è arrivato con un ribasso repentino delle temperature. Diventa sempre più difficile asciugare le case inondate, servono deumidificatori e asciugatori. Almeno 150 case, prefabbricati donati al termine delle guerra, sono oramai completamente inagibili. Servono inoltre mobili, elettrodomestici, abiti per adulti e per bambini. Ma servono anche serre, sementi, materiali di ricostruzione per le tante attività economiche sorte lungo il fiume e distrutte, foraggio per gli animali da allevamento e capi di bestiame.


I danni di questa alluvione saranno un’onda lunga, che si avvertirà soprattutto alla fine dell’inverno, quando la prima emergenza sarà passata e la maggior parte delle persone sarà rientrata nelle abitazioni. Solo allora il mancato raccolto, i danni all’industria agro-alimentare e a quella turistica, motori economici della Valle della Drina, si avvertiranno nella loro drammaticità in un’area già povera e periferica. A ciò si aggiunge il trauma degli evacuati, che hanno rivissuto lo sfollamento causato dalla guerra e la mancanza di reti sociali, che lascia isolate le fasce più vulnerabili e invisibili della popolazione.


Oxfam Italia si è impegnata alla raccolta di fondi per far fronte alla sistemazione delle abitazioni e al rilancio delle attività produttive nelle aree più colpite dall’alluvione. Oltre a permettere alle famiglie di tornare nelle proprie case il più velocemente possibile è infatti necessario riattivare al più presto l’economia locale per poter davvero considerare l’emergenza superata. Ma non solo. Emergenze come questa si ripeteranno con sempre una maggior frequenza a causa dei cambiamenti climatici. Sono quindi necessari interventi volti ad aumentare le capacità di prevenzione e risposta dei disastri naturali, attraverso l’introduzione di sistemi innovativi, e di gestione del territorio per agire a monte sulle cause. Altrimenti la situazione verrà riportata alla normalità e sotto controllo. Fino alla prossima emergenza.

Daria Antenucci, Oxfam Italia, gennaio 2011