Sangita con suo figlio Nabin, 3 anni

“Sono troppo spaventata per tornare nella mia casa. Dormivo quando si è scatenato il terremoto. I miei bambini stavano giocando, quando i mobili hanno cominciato a tremare e sono caduti intorno a me. Mi sono alzata coperta dai libri e dalle fotografie venute giù dagli scaffali. Ho afferrato il telefono e i miei figli e sono fuggita da lì. Ce ne siamo andati senza prendere nulla”. Questa la testimonianza di Sangita Kafle, che dopo il devastante sisma che ha colpito il Nepal sabato scorso si è rifugiata nel campo per sfollati di Tundikhel a Kathmandu: qui, insieme al marito e ai figli, condivide un telone con altre 21 persone.


“Ora non abbiamo un posto dove vivere – racconta la donna -, questa è la mia più grande preoccupazione. Ritornare nella stanza che avevamo affittato è troppo pericoloso, mentre nel mio villaggio di origine, tutte le case che appartenevano alla mia famiglia sono andate distrutte”. I suoi parenti stanno vivendo là ad otto ore di distanza, lungo la strada, sotto le coperte, senza nessun riparo sopra la testa.


“Abbiamo chiesto in prestito del denaro – spiega – per poter stare sotto il telone. Quando siamo arrivati qui non c’era niente, nessuna struttura. Ora ci viene distribuita dell’acqua e niente altro. Sono tornata a casa per prendere il cibo rimasto – continua , inoltre abbiamo ricevuto delle porzioni di noodles dall’esercito. Ma dopo questa notte non sono cosa faremo visto che non è rimasto niente da mangiare”.


Sta piovendo molto e l’interno del loro rifugio si è bagnato. Hanno usato un coltello per scavare un piccolo fosso intorno alla parte esterna, ma non è molto profondo: non hanno l’attrezzatura necessaria e così l’acqua entra facilmente.


“Mio cognato e sua moglie sono entrambi in ospedale, feriti, come i loro genitori – racconta ancora Sangita – . Ho anche altri parenti ricoverati, così ogni giorno faccio avanti e indietro per andare a trovarli, provando a trovare il cibo e i farmaci di cui hanno bisogno. La figlia più grande di mio cognato vive con noi, mentre il loro ultimo nato, di sette mesi, è morto a causa del terremoto. La loro casa è crollata completamente”.


Sangita non sa quanto a lungo staranno nel campo di Tundikhel, di sicuro si fermeranno finché sarà loro permesso.

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